Elaborare una visione del mondo può apparire molto arduo, forse superato, a causa della sua complessità, tanto che si coltivano i più diversi specialismi. Tuttavia, Leone XIV, con l’enciclica Magnifica Humanitas, indaga l’orizzonte globale, leggendo criticamente il presente e mettendo insieme i tanti aspetti diversi e contraddittori della realtà. La Chiesa vive nella storia e ne scruta i cambiamenti alla luce di una preoccupazione, che è il cuore dell’enciclica: «Non c’è il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto?». Il testo si vuole collocare nella scia della «dottrina sociale» della Chiesa, da Leone XIII, che nel 1891, con la Rerum novarum, pose la questione operaia nella società industriale: «L’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà». Per Sturzo, quell’enciclica sociale non fu solo un contributo teorico, ma un invito alla mobilitazione in senso sociale.

Papa Prevost conosce il disorientamento della gente comune di fronte a un mondo complesso e conflittuale, allo sviluppo rapido del potere tecnologico, all’interrogativo su chi siano i veri decisori: la gente pensa — scrive — «che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla…». E conclude: «Nessuno è senza responsabilità». Ieri gli interlocutori erano gli Stati, «oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e di capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi». Sullo sfondo dei «signori» della «rivoluzione tecnologica», il Papa scorge alcune ideologie, come transumanesimo o postumanesimo, che abitano «alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario».