Il messaggio finale del Rapporto Istat 2026 è meno pessimista di quanto si racconta. La conclusione non è consolatoria, e non vuole esserlo: misurare meglio non cancella il declino, e la riallocazione del lavoro verso i settori a bassa produttività misurata continua a erodere il potenziale di crescita. Ma il declino italiano non coincide con la caricatura di un’economia irrimediabilmente inefficiente. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo
Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat offre un’immagine dell’economia italiana meno lineare di quella che caratterizza il dibattito pubblico. Da un lato conferma le preoccupazioni su un modello di sviluppo segnato dalla debolezza della crescita e della produttività; dall’altro mostra che il ritardo italiano è spesso amplificato da problemi di composizione settoriale, da convenzioni statistiche e da una struttura produttiva molto più eterogenea di quanto si creda.
Il Pil nel 2025 è cresciuto dello 0,5 per cento, in rallentamento rispetto allo 0,8 del 2024 e allo 0,9 del 2023, sostenuto dalla domanda interna e dagli investimenti mentre la domanda estera netta ha pesato in negativo. La crescita è stata trainata da consumi, investimenti e occupazione più che dal saldo commerciale: vi si possono leggere i segni di una inversione del modello tradizionale, fondato sulle esportazioni, e l’indizio di un possibile cambiamento strutturale.











