Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e l’Istat, con il suo mastodontico rapporto di due giorni fa, ce lo ha ricordato, mostrando con forza i principali vizi economici dell’Italia. In sintesi. Crescita bassa, debito molto alto, produttività così così. Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e i vizi dell’Italia vengono periodicamente recitati dagli italiani più o meno come gli interisti recitano la formazione della grande Inter (Sarti, Burgnich, Facchetti). Ma una volta messo a fuoco ciò che non sappiamo fare esiste un’altra faccia della medaglia, presentata sempre dall’Istat, che molti osservatori hanno scelto di mettere diligentemente da parte per ragioni opposte e speculari. Chi odia il governo Meloni non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia esistono anche delle virtù clamorose, perché non sia mai che qualche buona notizia sull’Italia possa permettere a Meloni di dire che non tutto va male. Chi ama il governo Meloni, d’altro canto, non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia vi sono alcune virtù che andrebbero valorizzate, perché mettere a fuoco quelle virtù significherebbe ricordare, per esempio, quanto il governo faccia poco per puntare forte su un made in Italy diverso dalla promozione di caciotte.La crescita va male, il debito pure, l’energia non ne parliamo, ma l’Istat ci dice anche altro. Ci dice che nel 2025 le esportazioni italiane di merci sono cresciute del 3,3 per cento in valore, più di Francia, Germania e Spagna, segno che anche durante le turbolenze gli imprenditori sanno come farsi valere (tema: il governo sta facendo davvero di tutto per aiutare le imprese a esportare di più?). Ci dice che la farmaceutica funziona alla grande, pesa ormai circa il dieci per cento dell’export italiano, e le vendite farmaceutiche verso gli Stati Uniti sono cresciute del 54,1 per cento fra il 2024 e il 2025 (tema: chi è che in politica ha il coraggio di dire che la priorità quando si parla di farmaceutica non è chiedere alle aziende di restituire di più ma è aiutarle a investire di più?). Ci dice che, rispetto al made in Italy che non sappiamo raccontare, c’è un tema poco presente sulle pagine dei giornali: nel 2025 la produzione industriale del comparto “aeromobili e veicoli spaziali” è stata del 39 per cento più alta rispetto al livello del 2018 (e forse quando osserviamo Musk che fa meraviglie nei cieli più che pensare a come fermarlo dovremmo iniziare a pensare a come imitarlo). Ci dice che, nonostante tutto, l’Italia sa ridurre la disoccupazione (6,1 per cento nel 2025, quasi quattro punti sotto il livello del 2019). Sa trasformare lavoro fragile in lavoro più stabile (i lavoratori standard sono 15,7 milioni, quasi due terzi dell’occupazione totale, quelli vulnerabili scendono al 17 per cento, dal 22,3 del 2019). Sa ridurre la dispersione scolastica (l’Italia ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo 2030: l’abbandono scolastico oggi è all’8,2 per cento). Sa ridurre l’inquinamento (dal 2008 al 2024 le emissioni di gas serra delle attività produttive sono calate del 39 per cento).Sa compensare, almeno in parte, il declino demografico con l’immigrazione (nel 2025 il saldo naturale è negativo per 296 mila unità, ma quello migratorio è positivo per 296 mila). L’Italia, lo sappiamo, cresce poco nel pil, ma continua a crescere nell’aspettativa di vita: nel 2025 è arrivata a 81,7 anni di speranza di vita per gli uomini e 85,7 per le donne: dieci anni prima erano 80,1 e 84,7 (la media Ue ufficiale più recente, 2024, è 78,9 per gli uomini e 84,1 per le donne). Quello che questi numeri ci ricordano è semplice. Per colmare i deficit che ha l’Italia occorrerebbe scommettere su ciò che l’Italia sa fare ma che abbiamo paura a raccontare: imprese che innovano, export specializzato, transizione energetica, longevità. Le buone notizie fanno paura, perché responsabilizzano, ma per dominare la retorica dello sfascio italiano oltre a conoscere cosa non sappiamo fare dovremmo imparare, come la formazione della grande Inter, cosa sappiamo fare, e provare a replicarlo all’infinito.