Foto di Matt Hardy/Pexel

L’economia italiana continua a crescere, ma sempre più lentamente. E soprattutto continua a farlo senza riuscire a sciogliere alcuni dei nodi strutturali che da anni frenano il Paese: la bassa produttività, il ritardo negli investimenti innovativi, la difficoltà nel trasformare occupazione e crescita in sviluppo duraturo. È questa, in sintesi, la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato il 21 maggio alla Camera dei Deputati. Il Rapporto annuale 2026 si articola in quattro capitoli che restituiscono una visione di insieme del sistema economico e della struttura sociale del Paese. Situazione che, per forza di cose, non si può astrarre dal delicato contesto internazionale, segnato da guerre, tensioni geopolitiche e conseguente impennata dei prezzi energetici. Uno scenario che, secondo l’Istat, alimenta rischi al ribasso per la crescita e nuove pressioni inflazionistiche.In questo contesto l’Italia resta in una sorta di equilibrio fragile: da un lato continua a crescere, evitando per un soffio la stagnazione delle economie più deboli dell’Eurozona, ma dall’altro non riesce a seguire l’accelerazione di altri paesi, come ad esempio la Spagna.Una crescita debole, tra consumi e PnrrNel 2025 il prodotto interno lordo italiano è cresciuto, aumentato precisamente dello 0,5%. Un dato che è in rallentamento rispetto allo 0,8% registrato nel 2024 e i motivi li vedremo in seguito. Una crescita modesta, inferiore a quella della Francia (+0,9%) e soprattutto della Spagna, ma comunque migliore rispetto alla Germania, ferma a +0,2%.A sostenere l’economia italiana è stata soprattutto la domanda interna: sono cresciuti i consumi delle famiglie (+1%) e sono tornati ad aumentare gli investimenti fissi lordi (+3,5%), mentre il commercio estero ha avuto un effetto negativo sulla crescita, a causa di importazioni cresciute più rapidamente delle esportazioni.La manifattura continua però a mostrare segnali di debolezza. Nel 2025 la produzione industriale è ancora leggermente diminuita (-0,3%), anche se con una contrazione meno marcata rispetto agli anni precedenti. A soffrire di più sono stati i comparti energivori e quelli legati ai beni di consumo, mentre i settori ad alta tecnologia hanno mostrato una maggiore capacità di tenuta.È un elemento che attraversa gran parte del rapporto: l’economia europea e italiana sembrano reggere soprattutto nei comparti a maggiore contenuto tecnologico, mentre i settori tradizionali appaiono più vulnerabili agli shock energetici e alla competizione globale.Leggi anche: A che punto è davvero il PNRR, a meno di 100 giorni dalla fineA sostenere la crescita italiana sono invece ancora le costruzioni, trainate dagli investimenti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Su questo punto l’analisi si deve fare più cauta però. Sappiamo che l’attuazione del PNRR ha avuto diversi intoppi e ritardi. Ufficialmente il Piano scade fra circa un mese (il 30 giugno 2026 ndr), da quel momento sarà necessario un monitoraggio di ciò che è stato fatto in questi anni e le sue conseguenze. Nonostante il ridimensionamento degli incentivi edilizi infine, il settore ha continuato a espandersi (+2,4%), mentre i servizi hanno registrato una crescita moderata.Scopri la nostra serie: Sostenibilità di cartaPiù occupati, ma la produttività resta fermaSul fronte del lavoro, il 2025 conferma una tendenza positiva ormai in corso da diversi anni. Gli occupati sono aumentati dello 0,8%, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1% e quello di occupazione ha raggiunto il 62,5%, il valore più alto degli ultimi anni.Ma è proprio qui che emerge uno dei principali paradossi italiani. L’aumento dell’occupazione non si accompagna infatti a un corrispondente aumento della produttività. Secondo l’Istat, negli ultimi anni la crescita economica italiana è stata sostenuta soprattutto dall’aumento delle ore lavorate e dell’occupazione, mentre la produttività del lavoro e quella totale dei fattori sono rimaste deboli o negative.In altre parole, il sistema economico continua a creare lavoro senza riuscire però a diventare significativamente più efficiente o innovativo. Ed è qui che il rapporto individua alcune delle principali fragilità strutturali del Paese: il ritardo negli investimenti immateriali, la frammentazione del tessuto produttivo e una limitata capacità di innovazione.Anche gli investimenti, osserva l’Istat, restano sbilanciati soprattutto verso la componente “estensiva”, in particolare le costruzioni, mentre rimane più debole la parte legata a ricerca, innovazione e capitale immateriale.Inflazione, salari e potere d’acquistoSul fronte dei prezzi, il 2025 aveva segnato una relativa stabilizzazione dell’inflazione: l’indice armonizzato europeo dei prezzi al consumo è cresciuto dell’1,6%, meno della media dell’Eurozona. Ma nei primi mesi del 2026 il nuovo aumento dei prezzi energetici ha riacceso le pressioni inflazionistiche, con l’inflazione italiana salita al 2,8% ad aprile.Le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1% nel 2025, consentendo per il secondo anno consecutivo un recupero reale dei salari. Nonostante questo, il potere d’acquisto resta ancora inferiore dell’8,6% rispetto ai livelli del 2019.Un Paese che resiste, ma non acceleraRiassumendo quindi, il Rapporto annuale dell’Istat fotografa il nostro Paese con una indubbia capacità di resistenza rispetto alle grandi crisi recenti, dalla pandemia agli shock energetici, ma che continua però a muoversi entro limiti strutturali ben riconoscibili.La crescita c’è, ma resta debole. L’occupazione aumenta, ma non basta a colmare il divario con le maggiori economie europee. I settori più innovativi mostrano segnali positivi, ma il sistema produttivo continua a investire troppo poco in conoscenza, ricerca e capitale umano. Ed è probabilmente proprio qui che si giocherà la capacità dell’Italia di trasformare una fragile resilienza in uno sviluppo più solido e duraturo.