Il Rapporto annuale Istat 2026 fotografa un Paese che resta in piedi ma senza slancio: Pil a +0,5% nel 2025 e appena +1,9% rispetto al 2007, contro il (quasi) +20% di Francia, Germania e Spagna. A frenare sono bassa produttività, denatalità, fuga di capitale umano e un mercato del lavoro che migliora ma continua a lasciare indietro i giovaniIl Rapporto annuale Istat 2026 fotografa un Paese che resta in piedi ma senza slancio: Pil a +0,5% nel 2025 e appena +1,9% rispetto al 2007, contro il (quasi) +20% di Francia, Germania e Spagna. A frenare sono bassa produttività, denatalità, fuga di capitale umano e un mercato del lavoro che migliora ma continua a lasciare indietro i giovaniL’Italia barcolla, in qualche modo resta in piedi, ma di spiccare davvero il volo ancora non se ne parla. Più che una ripartenza, come quella attuata da realtà europee come la Spagna, il Belpaese sembra essere finito nel bel mezzo di una palude: è così che ristagna in una crescita economica debole, dovuta a una demografia che si restringe e da un mercato del lavoro che migliora sì, ma senza riuscire a sciogliere i suoi nodi più vetusti. È il quadro che emerge del Rapporto annuale 2026 dell’Istat: nel 2025 il Pil italiano è cresciuto appena dello 0,5%, in rallentamento rispetto al +0,9% del 2023 e al +0,8% del 2024. Ma più di tutto pesa il dato sul lungo periodo: oggi l’economia italiana è solo dell’1,9% sopra il livello del 2007 (Pil reale), mentre Francia, Germania e Spagna nello stesso arco di tempo sono cresciute di quasi il 20%. La crescita - quando c’è - arriva soprattutto dalla domanda interna. Nel 2025 sono aumentati i consumi delle famiglie (+1,0%) e gli investimenti fissi lordi (+3,5%), ma a trainarli sono stati ancora una volta soprattutto le costruzioni. La domanda estera netta, invece, ha dato un contributo negativo. Dal lato dell’offerta, i servizi e l’edilizia hanno sostenuto l’attività economica, mentre la manifattura continua a dare segnali di debolezza. Così l’Italia resta nel suo cortocircuito: cresce sì, ma più per quantità di lavoro e ore lavorate che per produttività. Quest’ultima resta debole o negativa, perché - spiega Istat - ostaggio di un sistema che investe ancora troppo poco in innovazione, ricerca e capitale immateriale. Istat e andamento demografico dell'Italia: flussi migratori e natalitàQuesta stagnazione si fa più viscosa se si guarda a uno dei crucci principali dell’Italia: l’andamento demografico. Nel 2025 la popolazione è rimasta sostanzialmente stabile, ma tenuta in piedi dai flussi migratori: a gennaio 2026 risiedevano in Italia 5,6 milioni di cittadini stranieri, in aumento sia rispetto a dieci anni fa (4,8 milioni), sia rispetto al 1° gennaio 2025 (+3,5 per cento). Così si compensa un saldo naturale ancora negativo (-296mila individui): gli arrivi (+296mila individui) bilanciano i fuggi fuggi, così come le poche nascite, ancora inferiori ai decessi. Il calo della natalità, osserva l’Istat, nasce sia dalla riduzione delle generazioni in età fertile sia dalla minore propensione ad avere figli. Il numero medio di nascita per donna è pari a 1,14, ma la colpa non è della mancanza di volontà nel diventare madri (come spiegato dettagliatamente in questo report). Si continua a rinviare la genitorialità perché i (pochi) mezzi a disposizione dei cittadini ritardano la transizione allo stato adulto. E tutto ciò che ne consegue: lavoro, casa, convivenza, auto, viaggi e fogli di giornale. Si allarga persino il divario tra figli desiderati (760mila nel 2024) e figli effettivamente avuti (370mila nello stesso anno). Italia, l'emigrazione dei giovani talenti in numeriD’altra parte aumenta l’emigrazione di giovani italiani qualificati. È la cosiddetta “trappola dei talenti”: una perdita di capitale umano che colpisce soprattutto il Mezzogiorno, l’area più penalizzata sia verso l’estero sia verso il resto del Paese. Solo nel 2025 i trasferimenti interni dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono stati 112 mila, contro 67 mila sul versante opposta. Ma la fascia più esposta è quella dei 25-34enni: nel 2024 quasi 39 mila giovani del Sud si sono spostati verso il Centro-Nord, contro circa 13 mila rientri, con un saldo negativo di 26 mila unità. A questo si aggiunge l’esodo verso l’estero: nel periodo 2015-2024 il bilancio è stato negativo per 590 mila persone. Nel saldo, la fascia più colpita è quella dei 25-34enni (-275 mila), seguita dai 35-49enni (-137 mila), dai 15-24enni (-93 mila) e perfino dagli 0-14 anni (-66 mila), segno che a partire non sono solo singoli lavoratori ma spesso interi nuclei familiari. Nel solo 2024, tra i 25 e i 34 anni, il bilancio migratorio ha toccato il fondo peggiore del decennio, con -43 mila italiani.Istat: i numeri delle famiglie italianeAnche la forma della società cambia. Le famiglie aumentano di numero ma si restringono: quelle composte da una sola persona sono ormai più di un terzo del totale: il 37,1%, contro il 21,1% di vent’anni fa. Vivere da soli non significa automaticamente essere isolati, ma con l’età può trasformarsi in una fragilità, soprattutto in un Paese che invecchia. Intanto il mercato del lavoro continua a migliorare senza però colmare il ritardo strutturale con l’Europa: nel 2025 il tasso di occupazione è salito al 62,5%, mentre la disoccupazione è scesa al 6,1%, in linea con la media europea. Ma l’incremento dell’occupazione è stato trainato soprattutto dalle fasce più mature, mentre i giovani continuano a incontrare più ostacoli nell’ingresso e nella stabilizzazione. Tra i 15-34enni, il tasso di occupazione è del 43,9%; tra i 15-24 anni precipita al 17,9%. Anche i laureati italiani tra i 25 e i 34 anni lavorano meno dei coetanei europei: 74%, contro livelli più alti di 10-14 punti in Germania, Francia e Spagna. È un iceberg sotto cui si notano anche le crepe sociali. Più di un quinto della popolazione dice di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà: circa un quarto fatica ad affrontare una spesa imprevista con le proprie risorse, poco meno della metà non è riuscita a risparmiare nell’ultimo anno. La povertà assoluta (5,7 milioni di individui, il 9,8%) continua a colpire 2,2 milioni di famiglie, l’8,4%. Tra loro, soprattutto: quelle numerose (21,2% di quelle con 5 o più figli), con minori (22,3% di quelle con tre o più figli minori), quelle straniere (35,2%) e il Mezzogiorno (10,5%). E se il ceto medio resta la componente maggioritaria del Paese, con il 61,2% della popolazione, l’Istat avverte che anche lì persistono segnali di vulnerabilità. È una società meno travolta che sfibrata: resiste, ma con meno margine. Il risultato è un Paese che tiene insieme due movimenti opposti. Da una parte qualche progresso: più occupati, meno disoccupati, conti sociali meno fragili di qualche anno fa. Dall’altra una struttura che continua a frenare, tra bassa crescita, denatalità, fuga di capitale umano e squilibri territoriali. L’Italia, insomma, non è immobile. Ma continua a risalire lemme lemme, senza uscire dalla sua lunga stagnazione.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp