Il Rapporto Istat 2026 fotografa un Paese con 355 mila nati, 1,14 figli per donna e un saldo naturale negativo. Gli ingressi dall’estero compensano le uscite, mentre tra i giovani resta il nodo della mobilità sociale
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La fotografia demografica ed economica restituita dal Rapporto annuale Istat 2026 racconta un Paese che continua a fare meno figli e che registra un saldo naturale ancora negativo. Le nascite arretrano, il numero medio di figli per donna tocca un nuovo minimo e la popolazione resta stabile grazie a una dinamica migratoria positiva. Sullo sfondo, i dati sui giovani mostrano un quadro articolato: calano Neet e abbandoni scolastici, ma per i Millennial la mobilità sociale verso il basso supera quella ascendente.Natalità, nuovo minimo storicoLe nascite si fermano a 355 mila unità, con una flessione del 3,9% rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna scende da 1,18 a 1,14, il valore più basso indicato dall’Istat nel rapporto. Il saldo naturale resta negativo per 296 mila unità, con 652 mila decessi, in lieve calo dello 0,2% sull’anno precedente. La denatalità viene descritta come un fenomeno di lungo periodo, legato sia alla riduzione dei potenziali genitori sia alla minore propensione ad avere figli.Immigrazione sopra le partenzeLa dinamica migratoria compensa il saldo naturale negativo con un saldo positivo pari a 296 mila unità. Le immigrazioni dall’estero sono 440 mila, in diminuzione del 2,6%, mentre le emigrazioni per l’estero si attestano a 144 mila, in calo del 23,7%. Gli immigrati stranieri sono 383 mila, mentre i rimpatri di cittadini italiani rappresentano il 12,8% degli ingressi. Sul fronte delle uscite, la maggior parte delle partenze riguarda cittadini italiani: 109 mila espatri.Millennial, mobilità sociale più difficileTra i Millennial, nati tra il 1980 e il 1994, la mobilità verso il basso rispetto alle condizioni occupazionali dei genitori riguarda il 27,1% delle persone. La mobilità ascendente si ferma invece al 25%, mentre l’Istat rileva che le origini sociali continuano a incidere sulle opportunità occupazionali. Il titolo di studio resta un fattore rilevante: tra chi possiede un titolo terziario il tasso di occupazione raggiunge l’85,3%, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi ha la sola licenza media.











