C’è un filo rosso che attraversa il Rapporto annuale Istat: l’Italia cresce meno degli altri grandi Paesi europei perché non riesce a valorizzare pienamente i giovani, le donne e i migranti. È una questione economica prima ancora che sociale, perché la demografia e la struttura del mercato del lavoro frenano la capacità di sviluppo. Il confronto Italia-Spagna Il confronto con la Spagna è emblematico. Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5%, ben al di sotto del +2,8 per cento spagnolo. Non si tratta di una differenza congiunturale: Madrid mostra da anni una maggiore capacità di espandere la domanda interna e di orientarsi verso settori più dinamici e tecnologici. Il maggiore dinamismo dei consumi delle famiglie in Spagna rispetto a quelli italiani, si legge in un focus nel Rapporto annuale, è riconducibile sia a fattori demografi ci sia a una crescita sostenuta dei redditi reali. L’aumento della popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni (+4,6 per cento tra il 2022 e il 2025) è stato infatti superiore a quello italiano (+1,6 per cento), trainato dall'espansione della componente degli stranieri regolari (+22,3 per cento; nello stesso periodo, +4,6 per cento in Italia). Tale componente ha ampliato la base produttiva e alimentato la domanda interna, generando un effetto cumulativo tra l’offerta di lavoro e i consumi. In Spagna, i redditi reali aumentano notevolmente nel periodo 2022-2025 (+14,8 per cento), mentre in Italia la loro crescita appare più debole e irregolare. Paese imbrigliato e l’effetto Superbonus L’Italia, invece, resta impigliata in una crescita modesta, sostenuta più da costruzioni (il Superbonus ha avuto effetti limitati) e servizi che da un vero salto di produttività. Nel frattempo, l’inflazione — l’1,6% nel 2025 — è tornata a salire nel 2026 spinta dal caro energia, mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1. È un recupero parziale del potere d’acquisto, ancora lontano dai livelli pre-crisi: rispetto al 2019 resta una perdita significativa, pari al +8,6%. Il problema non è solo il livello dei salari, ma la qualità del lavoro e la bassa produttività che impediscono aumenti duraturi. I dati sulla demografia La demografia aggrava il quadro. Le nascite continuano a diminuire (355 mila nel 2025) con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, minimo storico. Non è solo una questione culturale: oltre 6,6 milioni di persone hanno rinunciato ai figli desiderati per ostacoli economici o sociali. La procreazione medicalmente assistita cresce e contribuisce ormai per il 3,9 per cento delle nascite, ma non basta a invertire la tendenza. Peraltro, la stessa procreazione assistita in Italia è condizionata da limiti che in altri Paesi europei non ci sono, come ad esempio in Spagna, dove molte coppie sono costrette ad andare nella speranza di avere un figlio.In questo contesto di denatalità, l’immigrazione diventa decisiva: il saldo migratorio compensa interamente il deficit naturale, mantenendo stabile la popolazione. I cittadini stranieri residenti sono 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione totale. Gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza nel 2025 sono 196 mila, in calo rispetto al biennio precedente.Eppure, il Paese non valorizza questo capitale umano. La cittadinanza resta un fattore discriminante: le famiglie straniere mostrano tassi di povertà molto più elevati (35,2%) e un rischio di deprivazione diffusissimo. La cittadinanza, dunque, non è solo uno status giuridico, ma una determinante economica. I numeri del lavoro Il mercato del lavoro racconta un’altra contraddizione. L’occupazione cresce (+0,8% nel 2025), ma resta inferiore alla media europea. A trainarla sono soprattutto gli over 50, il cui tasso di occupazione è aumentato ben più di quello dei giovani. Il sistema, insomma, si irrobustisce in età avanzata mentre perde dinamismo nelle nuove generazioni. I giovani restano ai margini: il tasso di occupazione 15-34 anni è fermo al 43,9% e quello dei 15-24 anni al 17,9%. Persistono sacche di inattività: i Neet sono il 13,3%. Anche tra i laureati la situazione è ambivalente: lavorano più degli altri, ma quasi un quarto è sovraistruito, con competenze non utilizzate. La quota di laureati tra gli occupati italiani resta inferiore e meno dinamica rispetto a quella di Francia e Spagna.Parallelamente, il lavoro resta fragile: oltre 4 milioni di lavoratori sono vulnerabili (il 17% degli occupati), con contratti precari o part-time involontario. Le disuguaglianze salariali sono marcate e colpiscono in particolare le donne, che guadagnano meno in ogni tipologia occupazionale. Il tasso di occupazione femminile resta circa 20 punti sotto quello maschile, segnalando un’enorme riserva inutilizzata di forza lavoro. Inoltre, le donne hanno livelli retributivi più bassi rispetto ai colleghi: oltre duemila euro l’anno in meno.Le condizioni economiche delle famiglie riflettono queste fragilità. La povertà resta diffusa e strutturale, mentre cresce la povertà energetica, che riguarda il 9,1 per cento delle famiglie. Il ceto medio, pur leggermente in aumento, appare sotto pressione: la sua spesa reale è diminuita nel decennio, segnalando una perdita di capacità di consumo. Nel complesso, la spesa equivalente delle famiglie è cresciuta solo nominalmente, senza un vero miglioramento del benessere.Il quadro che emerge è quello di un Paese che non riesce a creare un contesto favorevole alla formazione di nuove famiglie, all’ingresso stabile nel lavoro e alla valorizzazione del capitale umano. Giovani, donne e stranieri restano ai margini o sottoutilizzati, proprio mentre la demografia riduce la base produttiva. Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse fissa ai livelli del 2025, per il solo effetto della diminuzione della popolazione, entro il 2050 il numero di attivi tra i 15 e i 64 anni di età toccherebbe i 19,7 milioni, con un calo di oltre cinque milioni di individui (da 24,8 milioni nel 2025).È questo il nodo centrale: l’Italia non cresce perché non include abbastanza. E senza un cambiamento strutturale — nelle politiche del lavoro, nei salari, nei servizi alle famiglie e nell’integrazione degli immigrati — il rischio è una stagnazione prolungata, economica e demografica insieme.