E' qunto emerge dal rapporto annuale 2026 dell'Istituto nazionale di statistica. L'inflazione riprende quota mentre pesa la crisi energetica legata alle guerre in Medio Oriente. Gli italiani a rischio di povertà sono il 18,6 per cento
L’Italia cresce, ma cresce piano. E’ il bilancio che fa l’Istat nel rapporto annuale 2026, che descrive l’intero panorama socio-economico del Paese, le sue reazioni agli urti esogeni e alle fragilità strutturali che lo caratterizzano. Nell’immagine restituita dal rapporto si legano a doppio filo i cambiamenti dei paradigmi geopolitici, che determinano una sistematica incertezza delle prospettive economiche globali
che frena la crescita e allenta le maglie in cui era stata imbrigliata l’inflazione, e la grande questione dell’inverno demografico.
Rallenta la crescita, rischi su inflazioneNel corso del 2025 l’economia ha mostrato un’espansione solida ma disomogenea, trainata dagli Stati Uniti e dalle economie emergenti, a fronte di una dinamica più debole dell’Unione europea. E per i mesi a venire, le prospettive restano incerte, condizionate dall’inasprimento delle tensioni geoeconomiche in Medio Oriente e dal conseguente rialzo dei prezzi dell’energia, che alimentano i rischi al ribasso per la crescita globale. In Italia, infatti, l’attività economica rallenta rispetto al biennio precedente: il pil italiano nel 2025 si è attestato al +0,5 per cento sostenuto dalla domanda interna, per 1,5 punti percentuali, e dagli investimenti, aumentati del 3,5 per cento sulla spinta delle costruzioni (+1,7 punti percentuali) e degli impianti e macchinari (+1,2 punti percentuali), ma con un contributo della domanda estera negativo di 0,7 punti. Un dato, questo, superiore al +0,2 per cento della Germania ma “sensibilmente inferiore” al +,0,9 per cento della Francia e al +2,8 per cento della Spagna. Non stupisce, dunque, che le previsioni del 2026 traccino un ritmo simile, legato al “peggioramento clima di fiducia soprattutto dei consumatori, fortemente condizionato dagli shock globali”. Il rialzo dei prezzi dell’energia (+9,3% ad aprile), a partire dal petrolio che ad aprile ha toccato i 120 dollari al barile, mette sotto pressione l’inflazione, che pure nel 2025 è rimasta a 1,6 per cento (su tassi inferiori alla media dell’Eurozona del 2,1 per cento), rischiando di pesare sul potere d’acquisto delle famiglie. L’analisi settore per settore conferma andamenti alterni, con i servizi, in aumento dello 0,3 per cento, e le costruzioni che crescono del 2,4 per cento, sostenute dal Pnrr, e la manifattura che invece ha continuato a mostrare segnali di debolezza, con una flessione dello 0,3 per cento (eccetto comparti estrattivo, +9,3 per cento, ed energetico, +6,5 per cento). Migliorano i conti pubbliciIn questo scenario, migliorano però i conti pubblici, sostenuti dall'incremento dell’avanzo primario, in aumento allo 0,8 per cento del Pil, e dalla spesa per interessi stabile al 3,9 per cento. L’indebitamento netto cala al 3,1 per cento del Pil (dal +3,4 dell’anno precedente), a fronte di un deficit dell’area euro del 2,9 per cento. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, restando però il secondo valore più elevato nell'area euro dopo quello della Grecia (+146,1 per cento) e superiore alla media europea (+87,8 per cento). La pressione fiscale, intanto, “aumenta al 43,1 per cento, sospinta dal dinamismo di Ires e Iva, mentre l’Irpef segna una netta riduzione. In parallelo i contributi sociali aumentano di oltre 27 miliardi”.Cresce l'occuopazione stabile ma trainano gli over 50Anche il mercato del lavoro mostra luci e ombre: se da un lato ha proseguito la fase di espansione, caratterizzata da un aumento dell’occupazione stabile e da una riduzione della disoccupazione e dei Neet, restano i ritardi nel tasso di occupazione rispetto alla media europea e i gap strutturali che riguardano donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno. Nel 2025 l’occupazione ha segnato un +0,8%, manifestando però un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente e restando ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4 per cento) e Spagna (+12,6 per cento). Il tasso di occupazione arriva quindi al 62,5%, quello di disoccupazione cala al 6,1% (e +5,2 per cento a marzo 2026). Tuttavia, l’Istituto segnala anche come, a trainare questa crescita, siano gli over 50, che negli ultimi sei anni hanno visto crescere il proprio tasso di occupazione di oltre cinque punti percentuali, contro i 3,7 punti delle fascia 35-49 anni e i 2,2 punti degli under 35. Restano i divari per donne e lavoratori del SudNon solo: dalla fotografia scattata dal rapporto Istat emerge un mercato azzoppato da “notevoli divari di genere”: nel 2025, circa la metà dell’occupazione femminile è concentrata in appena 17 professioni mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43 professioni. Inoltre, le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi maschi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore, se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile. Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord: i lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento).Una popolazione che non cresce













