La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.













