Il “miracolo” spagnolo piace alle sinistre di casa nostra: perché nel 2024 il Pil è salito del 3,2%, quasi cinque volte la media dell’eurozona, perché il salario minimo è balzato da 735 a oltre 1.200 euro dal 2018. Ma gli economisti più critici ricordano che è crescita di quantità, non di qualità: trainata da turismo e fondi Ue più che da un salto di produttività, con la disoccupazione giovanile ancora oltre il 24%, il tasso di disoccupazione complessivo più alto della zona euro e una pressione fiscale crescente che regge la spesa sociale nell’immediato, ma rischia di frenare investimenti, innovazione e mobilità sociale nel medio periodo.Niente di nuovo: a Elly & c. è proprio questo che piace. Ne è la riprova il fatto che gli stessi progressisti italiani che esaltano il modello spagnolo non sembrano accorgersi che il vero miracolo economico contemporaneo in Europa lo sta facendo la Svezia. La quale sta cancellando quello Stato sociale che, a causa delle dimensioni insostenibili alle quali è stato pompato, è la prima causa del ritardo europeo rispetto a Stati Uniti e Cina. E presto anche a tutti gli altri.La Svezia ha messo in piedi i ghetti di immigrati più pericolosi del continente, edificato uno stato sociale dai costi esorbitanti, forgiato il mito della socialdemocrazia nordica per poi realizzare un programma di eugenetica da fare invidia ai nazisti e creato un clima interno fatto di conformismo al tempo stesso nazionale e di sinistra che non sarebbe dispiaciuto ai sovietici. E tutto questo per lasciarsi stracciare dai norvegesi nelle classifiche di reddito e nella coppa del mondo di sci nordico.Ma gli svedesi non sono come Elly li pensa. Soprattutto il boom della criminalità ha aperto gli occhi a molti e il Paese delle rivoluzioni silenziose sta realizzando l'ennesimo cambiamento epocale. Lo ha raccontato qualche giorno fa Tom Fairless sul Wall Street Journal. A Stoccolma è in atto una trasformazione radicale che sta abbattendo lo stato sociale o meglio lo sta curando con metodi che piacerebbero a Javier Milei. Oggi, quasi la metà degli ospedali di medicina generale è di proprietà privata, molti appartengono a società di private equity. Una scuola superiore pubblica su tre è gestita da privati, rispetto al 20% del 2011. E chi mette i soldi nell'istruzione è quotato in Borsa.La Svezia del welfare state sta scomparendo: meno stato per salvare il welfare. Questo ha consentito al governo di abbassare drasticamente le tasse e, secondo gli economisti citati dal Wall Street Journal, ha innescato un'impennata nell'imprenditorialità e nella crescita economica.La spesa sociale pubblica totale, che comprende sanità, istruzione e tutte le prestazioni assistenziali, è scesa al 24% del prodotto interno lordo, un valore simile a quello degli Stati Uniti e ben al di sotto del 30% e oltre di paesi come Francia e Italia. Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile, l'economia svedese dovrebbe crescere di circa il 2% all'anno fino al 2030, un ritmo pressoché identico a quello degli Stati Uniti e doppio rispetto a quello di Francia e Germania. «La Svezia è una vera terra di opportunità», ha affermato Elisabeth Svantesson, ministra delle finanze del governo di centrodestra, citata da Fairless. «Desidero che le persone e i capitali restino qui e crescano». Mentre molti paesi europei stanno aumentando le tasse, Svantesson le ha ridotte per tre anni consecutivi. L'aliquota massima dell'imposta sul reddito in Svezia è scesa a circa il 50%, rispetto a quasi il 90% degli anni '80.Non mancano i critici: la disuguaglianza sociale è in forte aumento in questo Paese tradizionalmente egualitario. La violenza delle bande criminali non è diminuita anzi è cresciuta. Infuria il dibattito pubblico sulle scuole a scopo di lucro, che secondo i critici guadagnano risparmiando su infrastrutture e personale. Ma c'è anche chi fa notare che l'uguaglianza era spesso uno stereotipo: la Svezia è l'unico regno nordico in cui la nobiltà non è stata abolita e l'élite ha sempre vissuto separata dalle classi inferiori: basti ricordare l'isola di Fårö, dove i potenti avevano le loro dimore estive fra le quali la villa di Ingmar Bergman che nell'isoletta a nord di Gotland visse, lavorò e venne sepolto. Fårö è stata zona off-limits per i non residenti fino agli anni Novanta; il motivo era che vi aveva sede una base militare ma agli svedesi di bassa estrazione sembrava un sistema dei ricchi per tenerli alla larga dalle loro eleganti sommarstugor. E forse non avevano tutti i torti.La storia della Svezia in età moderna e contemporaneçÇa è una vicenda straordinaria: da quando ottenne l'indipendenza dalla Danimarca nel 1523 divenne prima una grande potenza, poi un modello di democrazia ma nell'Ottocento, sotto la dinastia napoleonide dei Bernadotte, si impoverì e marginalizzò sempre più. Tra il 1870 e il 1920 perse circa un quarto della sua popolazione — un milione di persone su cinque — per emigrazione verso gli Stati Uniti. Attorno al 1900, il reddito pro capite svedese era grosso modo pari a quello dell’Argentina.Eppure è forse il Paese del Vecchio Continente dal sottosuolo più ricco: ferro (la miniera di Kiruna è la prima al mondo per estrazione sotterranea), terre rare (le miniere più grandi d'Europa), rame, zinco, argento, foreste, acqua. Le ricchezze minerarie, però, possono avere un impatto deleterio sullo spirito imprenditoriale di un paese. Furono i governi socialdemocratici egemoni nel dopoguerra a creare il welfare state e, racconta il Wall Street Journal, inizialmente con poco carico fiscale sui contribuenti. Ma, a partire dai Sessanta, Stoccolma aumentò drasticamente le imposte e la spesa pubblica, portandola infine al 70% del PIL negli anni '90. Seguì un periodo di contrazione dell'economia che portò la stessa sinistra a un cambiamento di rotta: col nuovo millennio arrivarono tagli ai sussidi di disoccupazione e ai contributi per l'edilizia abitativa, la privatizzazione dei servizi pubblici, nonché la riforma del sistema pensionistico. A metà degli anni 2000, il governo ha eliminato le imposte sul patrimonio e sulle successioni. Tutte decisioni drastiche e necessarie che però alla lunga furono punite dall'elettorato.Dal 2006, anno della storica vittoria del centrodestra di Fredrik Reinfeldt, il consenso per le sinistre è andato diminuendo e nel 2022 i partiti "borghesi" sono tornati al potere con l'appoggio esterno dei Democratici Svedesi, cioè i sovranisti di Jimmie Åkesson. A ottobre si torna alle urne e il premier moderato Ulf Kristersson ha fatto lo storico passo di chiedere già ora alla destra di entrare in un futuro esecutivo di coalizione. Kristersson, che ha portato il suo Paese nella Nato rompendo la secolare neutralità e punta molto anche sullo sviluppo di un già florido comparto militare-industriale, ha bisogno di tutti i voti disponibili, perché il lavoro non è ancora finito.Intanto però i ricchi che erano fuggiti dalle elevate tasse stanno tornando, ha affermato Jacob Wallenberg al Wall Street Journal, membro della dinastia industriale svedese che detiene partecipazioni significative in Ericsson, Saab e altre grandi aziende. Wallenberg ha raccontato che, durante la sua infanzia negli anni '60 e '70, nel paese c'era una sola Rolls-Royce (dei suoi genitori, posssiamo congetturare). Oggi le Rolls sono 800 e i sondaggi di opinione a livello europeo mettono gli svedesi al secondo posto dietro ai soli polacchi del boom economico per l'atteggiamento positivo nei confronti del'economia di mercato. La nuova Svezia insomma convince gli imprenditori e i giovani. E’ già molto, vero Elly?