Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat ripercorre piste ampiamente battute sulle (tante) ombre e le (poche) luci che caratterizzano il sistema economico italiano da diversi decenni a questa parte. Anzi in alcuni casi, pensiamo ai bassi livelli di istruzione e alla scarsa spesa in ricerca e sviluppo, appaiono connaturate al nostro modello di sviluppo da sempre. Prima senza impedire il miracolo economico del secondo dopoguerra, poi sempre più tarpandoci le ali di fronte all’irrompere dell’economia della conoscenza, prevalentemente basata su terziario e innovazione. Eppure, le duecentocinquanta pagine sfornate nei giorni scorsi dal nostro Istituto nazionale di statistica dovrebbero essere una lettura obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro dell’Italia, economico ma anche civile e culturale. In primo luogo, perché sparsi nei diversi capitoli che compongono il rapporto si stagliano chiari quanto presenti al gran completo i parametri dell’equazione della mancata crescita italiana degli ultimi decenni ma anche degli anni più recenti. Anni nei quali come è noto l’Italia ha potuto contare da un lato su una dotazione di risorse senza precedenti proveniente dall’Europa grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (in totale 194,4 miliardi di euro, di cui solo una parte già spesi), che si è andato peraltro ad aggiungere ai fondi ordinari già stanziati nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, e dall’altro su uno dei governi più stabili della nostra storia repubblicana. E inevitabilmente, come d’altronde del tutto auspicabile in una democrazia di fronte a ben 122,6 miliardi di euro di prestiti che andranno restituiti a Bruxelles, il giudizio su come siano stati spesi i fondi del Pnrr sarà uno dei grandi temi della campagna elettorale ormai alle porte.