Carlo Petrini aveva un sorriso affidabile, non melenso, spontaneo e affettuoso. Tutte le volte, poche, che l’ho incontrato, ho sentito un moto di simpatia. Nonostante tutto. Nonostante il fatto che ingurgito il cibo come un’idrovora, anzi lo aspiro, e nonostante le mie da sempre fortissime riserve su ogni tipo di religione ambientalista, anche elegantemente offerta da un predicatore laico come lui era. E’ che slow food fa rima non baciata con slow news, e quel sorriso accolse la mia battuta incidentale. Era successo anche con Mordecai Richler, indimenticabile autore della Barney’s Version e di molti altri buoni libri. Era a Roma per una lettura del suo romanzo euroamericano, ebraico, insofferente dei luoghi comuni dell’incipiente wokismo. Il protagonista Barney Panofsky girava delle soap con la Totally Unnecessary Productions, sicché mi presentai dicendogli che facevamo un Totally Unnecessary Newspaper, e per questo lo avevano incoronato re della letteratura contemporanea. Anche lì un bel sorriso come premio.Non so se la rima, ma l’assonanza c’era, in tutti e due i casi. Petrini detestava con viva cordialità lo spreco nutritivo, l’incapacità di dilazionare gusto e piacere, la mancanza di ritmo e passione vera nell’agricoltura e nella gastronomia. Aveva fatto gruppo con gourmet e contadini, la terra ai contadini e il piatto riflessivo ai gourmet; aveva gioito del successo, imbeccato e imboccato papi e re, Carlo III innanzitutto.E aveva perfettamente ragione, come Richler che considerava irrilevante chi si dà più importanza di quella che merita ogni piacere di esistere, giudicare, essere giudicati, e amare. Redi in te ipsum: erano due agostiniani potenziali, nella comunità cercavano l’individualismo. Che è poi il segno sotto il quale nacque questo giornalino di carta, affetto da qualche mania politica e da un tanto di fanatismo temperamentale durante la mia direzione, emendato con l’ottimismo e la gioventù nel corso della brillante e solida direzione di Claudio Cerasa. Petrini insegnava la calma, la selezione, il discernimento. Ha avuto una vita troppo breve ma costante nella ricerca e nell’invenzione anche collettiva. Si poteva essere in disaccordo, ma antipatizzare con il suo magistero non pretenzioso, questo no, questo mai. Non si può dire che non avesse pregiudizi, le persone intelligenti ne sono affette, ma erano pregiudizi argomentati e motivati con la pazienza del suo sguardo pedagogico e confidente. Mancherà ai suoi numerosi compagni di cordata slow food e mancherà anche a noi delle slow news.La sacralità della notizia e la sopravvalutazione della notizia investigativa sono tra i vizi che Vitiello definirebbe tipici di un giornalismo antropofago, vizioso, ultraveloce. Anche senza esibire virtù introvabili, e non augurabili, si capisce al volo che il nostro progettino felicemente invecchiato nella crisi dei giornali e delle feuilles de chou, la stampa gialla d’antan, era quello di surfare sulla notizia, circondarla di attenzione e con il tanto possibile di pensosa meditazione, tradirla magari per un’opinione caduca, lei, la notizia cotta e mangiata (fast food, fast news), la regina dei cretini.
Con Carlo Petrini si poteva essere in disaccordo, ma antipatizzare con il suo magistero, questo mai
Non si può dire che non avesse pregiudizi, le persone intelligenti ne sono affette, ma erano pregiudizi argomentati e motivati con la pazienza del suo sguardo pedagogico e confidente. Mancherà ai suoi numerosi compagni di cordata slow food e mancherà anche a noi delle slow news











