Tutti quelli che si occupano di cibo devono qualcosa a Carlo Petrini. Che lo abbiano adorato, guardato con sospetto, ammirato o aspramente criticato, Petrini è stato tra i primi ad aver utilizzato il cibo come chiave per capire e cambiare il mondo. Chi lo aveva fatto prima di lui, in Italia ad esempio Luigi Veronelli negli anni Sessanta e Settanta, possedeva ancora, parlando del cibo come elemento politico, economico e sociale, una certa timidezza da intellettuale e un’aria snob, tutti elementi poco attraenti per la nascente società dei media. Di Petrini tutto si poteva dire, invece, tranne che fosse timido o snob.

E sui media infatti funzionava benissimo, con la sua faccia da contadino sapiente, il suo accento delle Langhe, i sorrisi che si aprivano improvvisamente e la sicurezza con cui parlava di cibo, con quella conoscenza profonda e assoluta del lavoro che c’è dietro ogni boccone che ingurgitiamo. Petrini fu da subito una novità, una nuova figura di attivista buono ma caparbio, capace di creare un’associazione, Slow Food, che si espanse non velocemente ma in maniera continua e inarrestabile, fino a diventare planetaria, probabilmente ben al di là di quello che il fondatore poteva sperare all’inizio.