L'impatto della dinamica demografica in Italia avrà ricadute sulla crescita economica, sulla sostenibilità del welfare e sul ricambio imprenditoriale. Una profonda trasformazione che l'Istat delinea attraverso un'ampia analisi dei numeri e attraverso lo studio degli scenari possibili. "I percorsi di vita delle generazioni. Quanti bambini nascevano ai tempi dell'Unità d'Italia e quanti oggi; come sono cambiate le scelte riproduttive e le famiglie", è la pubblicazione presentata nei giorni scorsi dall'Istituto nazionale di statistica, nell'ambito della settima pubblicazione di StorieDiDati "Cento anni di Istat". Nel 1861 nascevano quasi un milione di bambini l'anno su una popolazione di 26 milioni di abitanti — 38 ogni mille residenti — e si registravano 800mila decessi, pari a 31 per mille. Nel 2025 i nati sono stati 355mila su quasi 59 milioni di residenti, 6,3 per mille, mentre i decessi sono scesi a 653mila, 11 per mille. L'Italia è oggi tra i Paesi europei con la fecondità più bassa ed è quello con l'età media al primo parto più elevata: il tasso di fecondità ha toccato nel 2025 il minimo storico di 1,14 figli per donna, dopo il precedente record negativo di 1,19 nel 1995. Nascite in calo ma longevità in aumento: la speranza di vita si attesta a 83,4 anni: da circa 50 anni nel 1926 a oltre 65 nel 1952, con un guadagno di oltre tre decenni in un secolo.Secondo le previsioni la popolazione italiana potrebbe diminuire di oltre 13 milioni di persone entro il 2080, dagli attuali 59 a circa 45,8 milioni e la quota di persone con più di 67 anni salirebbe fino al 31%. L'incidenza degli anziani sulla popolazione in età da lavoro passerebbe dal 30,5% al 52,8% nel 2050, al 54,7% nel 2080. Se oggi 100 persone in età lavorativa sostengono 49 persone tra giovani e anziani, nel 2050 dovrebbero sostenerne quasi 72, nel 2080 circa 75. Così, rispetto a uno scenario di popolazione stabile e livello di occupazione invariato, in assenza di interventi, la dinamica demografica potrebbe comportare una consistente riduzione della crescita nel medio e lungo periodo. Il demografo Marsili: “Saremo un paese più anziano, con meno popolazione ma da questi aspetti trarre opportunità”"Sono trasformazioni importanti che l'Italia sta già affrontando e affronterà nei prossimi anni avremo effetti profondi dal punto di vista sociale ed economico" spiega il demografo dell'Istat Marco Marsili a RaiNews.it a proposito della transizione demografica in atto commentando il rapporto dell'Istituto.“Diminuisce la popolazione attiva, chi lavora, chi paga le tasse e i contributi e - osserva Marsili - potremmo avere serie conseguenze ad esempio dal punto di vista della manodopera con carenze in vari settori, dalla sanità all'edilizia, all'industria, all'assistenza agli stessi anziani. C'è chi pensa che questo comporterà anche una minore crescita del Prodotto interno lordo”. Però in questo scenario di grande trasformazione “abbiamo anche delle opportunità”, evidenzia il demografo. “Innanzitutto il fatto che invecchiamo perché viviamo più a lungo, in prospettiva potrebbero crescere i settori del lavoro legati alla cosiddetta economia dell'invecchiamento e questo potrebbe creare la spinta per altri settori, pensiamo al turismo ai servizi finanziari e anche all'immigrazione qualificata perché avremo bisogno, senz'altro, di attrarre migranti qualificati per sostenere il lavoro”. Ma a sostegno di un cambiamento così importante “servono una serie di azioni, una serie di leve” sottolinea Marsili. “L'Italia è fanalino di coda in Europa per tassi di occupazione giovanile e tassi di occupazione femminile” ricorda il demografo. “Avremo bisogno di più nascite, ma questo significa dare sostegno alle famiglie, abbiamo bisogno di un'immigrazione più integrata e abbiamo bisogno di una svolta dal punto di vista della produttività, della formazione, dell'innovazione. "Saremo un paese più anziano, con meno popolazione” però conclude Marsili “questi aspetti possono essere trasformati in positivo, rendendo il paese più efficiente, inclusivo con politiche lungimiranti”. Le precedenti transizioni demografiche in ItaliaNei 165 anni dall'Unità d'Italia a oggi, spiega l'Istat nel suo dossier, si possono distinguere due grandi fasi di transizione demografica e una terza è quella considerata in corso e analizzata in questi anni. La prima transizione, dall'Unità d'Italia alla metà degli anni Settanta del Novecento, è guidata dal crollo della mortalità — in particolare quella infantile — a fronte di una natalità ancora elevata. Nel 1926 ogni donna aveva in media 3,5 figli, ma la mortalità infantile era di 230 bambini ogni mille nati vivi; oggi quel tasso è sceso a 2,7 per mille, tra i più bassi al mondo. La popolazione in quella fase storica cresce da 26,3 milioni nel 1861 a 47,5 milioni nel 1952, fino a quasi 56 milioni nel 1976, nonostante il saldo migratorio abbia sottratto oltre un quinto alla crescita demografica. "Siamo uno dei paesi più vecchi al mondo perché siamo uno dei paesi con la mortalità più bassa al mondo", hanno ricordato i demografi. "L'invecchiamento della popolazione è il risultato di un enorme successo collettivo". Nel dopoguerra si apre quello che gli studiosi definiscono il periodo d'oro della famiglia: l'età media delle spose al primo matrimonio scende da 27,1 a 25,1 anni tra il 1952 e il 1976 e la fecondità risale fino al picco di 2,7 figli per donna nel 1964, con oltre un milione di nati vivi. Le generazioni nate tra il 1960 e il 1974 sono le più numerose della storia demografica del Paese. Tuttavia, i dati riferiti ai percorsi riproduttivi completi delle generazioni di donne nate tra il 1934 e il 1974, mostrano una discesa ininterrotta della fecondità: il baby boom è stato in larga parte un effetto congiunturale, non un'inversione di tendenza. "Il tema della denatalità non è un'emergenza" sottolineano dall'Istat. "Era già qualcosa in atto anche nel momento in cui si viveva il periodo d'oro della famiglia"La seconda transizione comincia dalla metà degli anni Settanta e ha natura sociale e culturale. I giovani escono dalla famiglia d'origine più tardi, posticipano matrimonio e genitorialità, sperimentano percorsi di vita sempre più diversificati. Dalla metà degli anni '70 alla metà degli anni '90 la fecondità cala bruscamente e, dopo il 1976, scende definitivamente sotto la soglia di sostituzione di due figli per donna per effetto della posticipazione di matrimonio e nascita dei figli, fino a raggiungere il minimo storico per l'epoca di 1,19 figli per donna nel 1995. I cambiamenti nei comportamenti rispetto alla famiglia, che costituiscono il tratto distintivo della seconda transizione demografica, diventano evidenti a partire dalla metà degli anni '90. Per l'allungarsi dei tempi dell'istruzione e le difficoltà di avvio della fase di vita autonoma, i giovani escono dalla famiglia più tardi e spostano in avanti la formazione di una famiglia e la genitorialità. Crescono separazioni e divorzi, i matrimoni sono in forte diminuzione e aumentano quelli celebrati con rito civile, che dal 2018 superano quelli religiosi.Negli ultimi cinquant'anni bassa natalità e aumento della speranza di vita hanno rovesciato la struttura per età della popolazione. Tra il 1976 e il 2025 il rapporto tra ultrasessantacinquenni e giovani sotto i 15 anni – l' indice di vecchiaia – è aumentato dal 50 al 208%, e dal 2014 la popolazione residente ha iniziato a diminuire, dal massimo storico di 60,3 milioni del 2014 a 58,9 milioni all’inizio del 2026 con il saldo migratorio — pur ampiamente positivo — non più in grado di compensare il deficit naturale. La struttura familiare rispecchia questa trasformazione: la coppia con figli, che trent'anni fa rappresentava quasi la metà delle famiglie, è scesa al 28,4%; le persone sole sono diventate la forma prevalente, con il 37,1% del totale.Il calo e l'invecchiamento della popolazioneLe proiezioni demografiche aggiornate al 2024 indicano un calo di circa 4 milioni di residenti entro il 2050 rispetto ai livelli attuali, con gli over 65 al 34,6% e i 15-64enni al 54,3%, e una popolazione di 45,8 milioni nella stima mediana al 2080. A pesare, osservano i demografi, sono le cosiddette trappole demografiche: la riduzione della popolazione in età riproduttiva (15-49 anni), l'aumento progressivo dei decessi per la concentrazione della popolazione anziana e la transizione delle "coorti del baby boom" alle età senili, processo che si concluderà tra il 2040 e il 2045. Secondo le previsioni, per effetto dell’insieme di questi elementi, la popolazione diminuirebbe fino a 45,8 milioni nel 2080.Gli scenari possibiliNelle previsioni che accompagnano l'analisi degli scenari possibili c'è quella di un cambiamento della struttura delle famiglie: le persone sole passeranno dall'attuale 37% al 41,1%, le coppie con figli dal 28% al 21%, le famiglie monogenitore supereranno il 12%. "Parlare di emergenza demografica è sbagliato", hanno osservato i demografi. "L'emergenza è quando hai una situazione improvvisa e acuta. Qui non si tratta di questo". Inoltre, è stata richiamata l'immagine di una struttura demografica che non ha più la forma di una piramide ma quella di una nave: anziani numerosi, giovani in cima sempre più esigui. L’adattamento a un nuovo regime demografico è il tratto distintivo di questa transizione. Gli anziani sono sempre più numerosi, ma anche più longevi e più istruiti e attivi; i giovani entrano nella vita adulta più tardi ma con livelli di istruzione più elevati. Così le trasformazioni in atto ridefiniscono gli equilibri tra generazioni e aprono sfide su nuovi modelli di welfare, partecipazione economica e coesione sociale. “La redistribuzione della ricchezza ai giovani una questione strategica”Tra le questioni sollevate dal dossier anche quella dell' “equità intergenerazionale” molto importante, perché spiega Marsili "significa distribuire in modo più corretto quello che oggi non è distribuito in modo corretto, cioè distribuire risorse, costi, benefici tra tutte le generazioni. Per un paese come l'Italia la redistribuzione della ricchezza non è soltanto una questione morale ma una questione strategica” osserva il demografo dell'Istat.Secondo quanto analizzato il tema della redistribuzione è “tema centrale per l'Italia in questo momento, per quanto attiene in particolare all'invecchiamento demografico” nota Marsili. “Sarebbe opportuno redistribuire parte della ricchezza attraverso politiche fiscali, agevolazioni e un sistema di welfare che guardi anche ai giovani e non solo agli anziani. Investire nell'istruzione, nella formazione, nell'imprenditoria giovanile”.Politiche pubbliche mirate, dunque, ma con un avvertimento. “Qualunque riforma o intervento ben venga, però non possiamo aspettarci un'inversione di tendenza radicale, possiamo attendere cambiamenti positivi ma non ad esempio l'arresto dell'invecchiamento della popolazione, né il declino demografico della popolazione, ma attutirne gli effetti. Diciamo - aggiunge Marsili - che le questioni demografiche e quelle economiche ad esse collegate richiederebbero un maggior controllo strategico. Dal punto di vista della politica, della società e del mondo economico”.