In due precedenti articoli apparsi sul Sole 24 Ore abbiamo affrontato due aspetti complementari del crollo demografico italiano, “L’estinzione degli italiani”, novembre 2025 e “Italia: il crollo demografico e la riduzione dei salari”, febbraio 2026.

Il Rapporto annuale ISTAT 2026, presentato il 21 maggio alla Camera, non fa che confermare le nostre analisi precedenti. Le nascite nel 2025 sono scese a 355mila (-3,9% sul 2024), la fecondità è al minimo assoluto di 1,14 figli per donna. Depurata dal contributo della popolazione straniera è presumibilmente un poco più bassa, diciamo 1,0 figli per donna.

Si potrebbe a questo punto replicare che il crollo delle nascite è un destino globale, un’onda che travolge l’intero Occidente e a cui si può rispondere solo con una maggiore immigrazione. È una tesi comoda. I dati internazionali, però, raccontano una storia diversa, articolata su due assi che vale la pena percorrere.

Il primo asse. Le eccezioni positive: Danimarca, Francia, Israele.

Danimarca: TFR (il dato di natalità citato nelle statistiche internazionali che tutti conoscono) è attorno a 1,55-1,77 figli per donna a seconda della stima (Macrotrends colloca la rilevazione 2025 a 1,77, l’OCSE su valori più vicini a 1,5), con una spesa per politiche familiari che la colloca stabilmente fra i primi posti OCSE. Il sussidio medio annuo per bambino piccolo di una madre lavoratrice, secondo le elaborazioni internazionali, è il più alto d’Europa (oltre 15.000 euro per bambino). L’asilo nido per i bambini sotto i 3 anni è universale: 0-2 anni sono iscritti a strutture educative in misura più che doppia rispetto alla media OCSE. Il modello scandinavo, in sintesi, garantisce un continuum di congedi parentali pagati e asili accessibili che riduce drasticamente i costi per una famiglia che vuole avere un figlio.