C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi discorso la fragilità del momento cubano: interi quartieri dell’Avana immersi nel buio, ventilatori spenti nel pieno del caldo tropicale, persone sedute sui marciapiedi aspettando il ritorno dell’elettricità mentre i telefoni cellulari diventano torce improvvisate e l’unico rumore costante è quello dei generatori degli hotel destinati ai turisti stranieri.
Cuba sta vivendo una delle crisi energetiche, economiche e sociali più profonde dalla caduta dell’Unione Sovietica. Ma questa volta il contesto internazionale è molto diverso dagli anni Novanta, e soprattutto molto più pericoloso. Perché mentre l’isola affronta blackout continui, carenze croniche di carburante, medicinali e generi alimentari, a Washington sta prendendo forma qualcosa che va oltre la storica ostilità tra Stati Uniti e castrismo.
L’operazione contro Cuba sta guadagnando momentum. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha progressivamente trasformato il tradizionale (e illegale) embargo in una strategia di pressione multilivello che combina incriminazioni giudiziarie, intelligence, guerra narrativa e dimostrazione militare. Una strategia che abbiamo già visto in Venezuela: convertire l’assedio economico in assedio legale, costruendo gradualmente le condizioni politiche e diplomatiche per una possibile rottura dell’attuale equilibrio di potere sull’isola.













