Diversi presidenti americani hanno cercato di affrontare il problema cubano, ma il regime è ancora lì. Dal 1960 rappresenta una sfida per gli Stati Uniti, e anche un problema di sicurezza nazionale, perché ha ospitato basi russe e più recentemente anche una qualche presenza cinese. L’incriminazione di Raúl Castro può essere il preludio a un’operazione in stile Maduro, oppure semplicemente una carta negoziale e un ulteriore strumento di pressione sul regime. Marco Rubio sembra avere un approccio pragmatico: sa bene che gli Stati Uniti hanno un pessimo bilancio storico nei loro tentativi di imporre cambi di regime, sia sotto George W. Bush junior in Afghanistan e Iraq, sia sotto Barack Obama in Libia ed Egitto. Quando il direttore della CIA ha visitato recentemente L’Avana, la sua prima richiesta è stata semplice: porre fine a ogni presenza militare e di intelligence di Russia e Cina. Sarebbe un primo passo verso un «regime shift» in stile Venezuela: non un cambio immediato nella natura del regime, ma almeno il passaggio da una postura geopolitica ostile a una subordinata agli interessi americani (coma appunto è accaduto a Caracas). Il regime change potrebbe arrivare forse in seguito, ed è comunque un’impresa che sarebbe meglio lasciare al popolo cubano, con l’aiuto della comunità degli esuli cubani in Florida, dove Rubio ha le sue radici familiari.
Cuba, quanti fallimenti Usa nella storia
L’incriminazione negli Stati Uniti di Raúl Castro riapre una delle pagine più drammatiche della lunga guerra fredda caraibica fra Washington e il regime castrista











