Diceva Jacques Cousteau che “il mare, una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene sempre nella sua rete di meraviglia”. Ma nemmeno le parole del grande francese, padre della subacquea, sono sufficienti a spiegare l’abitudine di andare sott’acqua, il bisogno di tornare sempre lì per ritrovarsi, la necessità di non perdere la confidenza con quel mondo di sotto. Proprio in questi giorni di lutto e interrogativi ancora aperti per la tragedia alle Maldive, ti scorrono davanti tutti i motivi per cui non scambieresti questa abitudine con nessun’altra. Per un subacqueo appassionato, immergersi non è scendere sotto: è sospendere il mondo di sopra. Un mondo che tra l’altro, nel caso specifico, si è prodotto negli immancabili giudizi senza appello, severo tribunale dei cinque italiani morti in una grotta a 60 metri di profondità, scatenato censore di un’arte che i più non comprendono.

Per chi è subacqueo non è facile dire di sé a chi non lo è. E non è nemmeno un esercizio di piacere, per la verità. Implica parole, per illustrare una passione che invece pulsa di sguardi e gesti, silenzi e respiri: ciò che ti serve per stare sotto, poco più. È come spiegare un intero modo di essere che per giunta ha deciso di vivere sospeso tra sotto e sopra: da dove inizi? E che noia. Come fai a spiegare che nell’essenzialità della tua vita lì sotto trovi tutto quello che ti serve per mettere a fuoco il superfluo che c’è sopra? Come fai a spiegare che quell’andare sotto diventa inevitabilmente una via di fuga mentale e fisica per relativizzare tanto o tutto? Come fai a spiegare che lì sotto hai trovato un altro mondo possibile, imperfetto per carità, con le sue insidie e talvolta con i segni delle attività antropiche, ma pur sempre un lato B della tua esistenza, candidabile a lato A almeno nei sogni?