Persi nell'oscurità di un cunicolo cieco, senza uscita, a oltre 60 metri di profondità. In attesa dell'esito delle autopsie, delle analisi delle immagini delle gopro e delle attrezzature utilizzate per l'immersione, questa sembra la ricostruzione realisticamente più probabile della tragedia dei cinque sub italiani morti alle Maldive. I corpi di Muriel Oddenino, di Monica Montefalcone e della figlia di Giorgia Sommacal e di Federico Gualtieri sono stati ritrovati all'interno delle grotte dei fondali di Alimathà, in fila indiana. La salma di Gianluca Benedetti è stata invece recuperata nella prima grotta, segnale di un tentativo di fuga o, in alternativa, di un percorso diverso rispetto ai compagni. Vittime, a quanto sembra, dell'“overhead environment”, un ambiente chiuso dove il sub non può emergere immediatamente in caso di emergenza.

Le grotte degli squali di Alimathà Le grotte degli squali di Alimathà, nell’atollo di Vaavu, sono considerate uno dei luoghi più misteriosi e pericolosi dell’oceano Indiano. Dietro le immagini paradisiache delle Maldive, fatte di acqua trasparente e spiagge bianche, esiste infatti un mondo sommerso completamente diverso. Oscuro, profondo e pieno di cunicoli nei quali anche sub molto esperti possono perdere l’orientamento in pochi minuti. E probabilmente proprio uno di questi ha segnato il destino dei sub italiani. Quella che viene chiamata “grotta degli squali” non è una semplice caverna subacquea, ma un sistema di tunnel e camere interne scavate nella barriera corallina. L’ingresso principale si trova già a oltre cinquanta metri di profondità, un livello che richiede immersioni tecniche avanzate e una preparazione specifica. Da lì si entra in una serie di cavità collegate tra loro da passaggi stretti e irregolari. Le tre camere, il buio, le torce: la ricostruzione Il gruppo sarebbe entrato nelle cavità profonde senza riuscire poi a ritrovare la via d’uscita. Il buio, la profondità e la possibile riduzione della visibilità avrebbero contribuito alla tragedia. Quando in una grotta subacquea si perde l’orientamento, il tempo diventa il principale nemico. L’aria nelle bombole diminuisce rapidamente e il panico può peggiorare ogni decisione. In ambienti così profondi e chiusi basta separarsi dal filo guida o smarrire per pochi istanti il passaggio corretto per trovarsi intrappolati. La prima camera è relativamente più accessibile e riceve ancora una minima quantità di luce proveniente dall’esterno. La seconda è più profonda e angusta. La terza, invece, è la più grande ma anche la più pericolosa. Un ambiente quasi completamente chiuso, dove la luce naturale non arriva più e nel quale i sub devono affidarsi esclusivamente alle torce e ai fili guida. E la questione torce è uno temi emersi nelle ultime ore. Secondo i primi rilievi solo due delle vittime ne avevano una con sé. Ma nelle immersioni speleosub la regola impone almeno tre fonti di luce per ogni subacqueo. Uno degli aspetti più inquietanti della grotta è proprio l’oscurità totale. A quelle profondità la luce del sole arriva già molto indebolita. Inoltre le camere interne sono chiuse dalla roccia corallina e i raggi luminosi penetrano appena. Basta poi un semplice movimento sbagliato delle pinne per sollevare sedimenti e sabbia dal fondo. In pochi secondi l’acqua diventa torbida e la visibilità si azzera completamente. Overhead environment È per questo che molti sub descrivono l’ambiente come “senza uscita”. In realtà un’uscita esiste, ma coincide con lo stesso tunnel da cui si entra. Il problema è che all’interno non è possibile risalire direttamente verso la superficie perché sopra la testa c’è il soffitto della grotta. In una situazione di panico o di perdita di orientamento, ritrovare il passaggio corretto può diventare estremamente difficile. Nel cave diving, cioè l’immersione in grotta, questo tipo di ambiente viene definito “overhead environment”. Un luogo chiuso dove il sub non può emergere immediatamente in caso di emergenza. È una delle condizioni più rischiose nella subacquea tecnica, perché qualsiasi errore può trasformarsi rapidamente in una tragedia. Le difficoltà aumentano ulteriormente a causa della profondità. Oltre i cinquanta metri il consumo d’aria cresce molto rapidamente e può comparire la narcosi da azoto, una condizione che altera lucidità e capacità di giudizio. Anche sub preparati possono confondersi, perdere il senso della direzione o sottovalutare il pericolo.