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Il senso di angosciante nostalgia che mi fa di continuo domandare come mai non passo più tempo in mare si trasforma in una domanda più ampia: perché ci intestardiamo tanto a starcene in mezzo a quel liquido così inospitale? Molla lì, no? Hai una bella vita, una bella famiglia, un sacco di affascinanti interessi con cui distrarti, che ti frega di andare là, in acqua, a riempirti di umido e di acciacchi.
Caviamoci subito di mezzo, e saltiamo le questioni scontate (le brezze, i tramonti, il cangiare delle onde, la barca che scivola al gran lasco, le notti a osservare le stelle, il magnifico senso della nostra pochezza): ciò che mi manca di più dell’andare per mare è la sensazione che mi attraversa quando sale il vento.
Pietro Grossi a Tasiusaq, Groenlandia. Luglio 2012 (Pietro Grossi)
Ho poi scoperto che è un nostro eccezionale dispositivo di sopravvivenza: il nostro cervello elimina i pensieri inutili, e impiega tutta la sua capacità di analisi, la sua esperienza, la sua competenza, per uscire dal pericolo. È così, quando in mare aumentano le brezze: si spegne tutto il chiacchiericcio che continuamente mi assilla, divento la versione migliore e più efficiente di me stesso. Più calmo, più lucido, più risoluto, più ottimista, più solido, più coraggioso.












