Intervista Parla Gaetano Crivaro, regista di «Cosa rimane quando il mare si muove», sull’impatto del turismo di massa in Sardegna. Sarà presentato al Festival CinemAmbiente

Quando spariscono chioschi e ombrelloni, il mare prova a riprendersi ciò che gli appartiene, per quel breve tempo in cui glielo concediamo. L’ultimo film di Gaetano Crivaro, Cosa rimane quando il mare si muove, osserva la Sardegna fuori stagione e il rapporto tra turismo, paesaggio e territorio. Un controcampo sull’impatto dell’industria turistica lungo le coste dell’isola, che sarà presentato domenica a Torino al Festival CinemAmbiente, la principale manifestazione italiana dedicata al cinema ambientale, organizzata dal Museo nazionale del cinema.

Il documentario racconta la Sardegna quando l’estate è finita: come nasce l’idea di partire dal «dopo», da ciò che resta, da quel lungo tempo apparentemente morto che è invece un ritorno ad altri ritmi più naturali?

È in realtà il tempo che l’abitante riconquista. Porto avanti da tempo un percorso di ricerca sull’abitare, che in qualche modo era presente anche in Nella colonia penale, dove insieme ad altri autori raccontavo come si abita un luogo di detenzione come l’Asinara. Mi sono trasferito in Sardegna tredici anni fa, ma sono originario di Crotone, in Calabria. Lì l’estate era il momento in cui tornavano gli emigrati; poi, d’inverno, rimanevamo noi. Crescendo ho imparato ad apprezzare quel tempo, perché permette di riconquistare un rapporto più autentico con il paesaggio e con il territorio, che la bolla turistica estiva tende a nascondere. In Cosa rimane quando il mare si muove c’è una componente biografica. Ma il progetto nasce più precisamente nel 2021, nell’aprile ancora segnato dalla pandemia. In quel periodo il turismo stava cambiando: molti europei e italiani avevano ripreso a viaggiare soprattutto all’interno del proprio Paese. Passeggiando sul lungomare di Cagliari, vidi degli operai che stavano già montando i chioschi per l’estate, nonostante facesse ancora freddo. Mi chiesi allora: dove stanno i chioschi d’inverno? Da quella domanda ho iniziato a scoprire un’intera filiera di imprese e lavoratori che operano in funzione dell’estate: una macchina nascosta che nemmeno io riuscivo a vedere.