Mare L’industria delle vacanze ha compromesso l’ecosistema marino lungo i 3.400 km di costa sabbiosa. Solo in Italia un disastro di queste proporzioni

Pianeggianti, pulite, prive di vegetazione e piene di ombrelloni ordinati in file parallele e affittati a pagamento. Così sono le spiagge sabbiose nella maggior parte delle coste italiane; ma non è questa la loro condizione naturale. L’industria del turismo balneare le ha trasformate compromettendo gli ecosistemi e limitando la libera fruizione dell’arenile.

GLI EUROPEI HANNO INIZIATO a frequentare la spiaggia nel 18° secolo, prima a scopo salutistico e poi nel tempo libero. La pratica dei «bagni di mare» è nata in Gran Bretagna e si è diffusa in tutto il continente, ma solo in Italia si è evoluta in un ingente settore economico che da una parte ha concentrato la ricchezza nei territori costieri; dall’altra ha provocato la privatizzazione di uno spazio pubblico e la scomparsa della natura in riva al mare. Un processo consentito dalle leggi nazionali che hanno privilegiato l’economia a scapito dell’ecologia.

LE PRIME CONCESSIONI PER COSTRUIRE strutture sul demanio marittimo furono rilasciate durante il Regno d’Italia, ma è stato il Codice della navigazione approvato dal regime fascista a innescare lo sfruttamento economico del litorale. Quell’insieme di norme, tuttora in gran parte in vigore, ha dato la possibilità di avviare un’attività privata sulla spiaggia. Con l’esplosione del turismo di massa nel secondo dopoguerra, gli stabilimenti balneari hanno iniziato a proliferare dal nord al sud della penisola. Oggi lungo i 3.400 km di costa sabbiosa, sugli 8.300 totali secondo Ispra, ci sono 15.414 concessioni di demanio marittimo censite nel Sistema informativo demanio del Ministero delle infrastrutture. Su queste insistono 7.352 stabilimenti balneari registrati nel 2025 alla Camera di commercio. Nel 2011 erano 5.730; dunque sono aumentati di 1.622 unità (quasi il 30% in più) negli ultimi 15 anni.