«L’erosione delle spiagge italiane (oltre 40 milioni di m2 persi negli ultimi 50 anni), riduce le superfici per le Concessioni demaniali Marittime e la libera fruizione. Il turismo balneare, che contribuisce per il 3-6% del Pil, ne risente. La «coperta vegetale» costituita dalle biomasse è percepita negativamente per tre motivi: cattivo odore, impatto estetico, e l’occupazione di spazio per la balneazione. La pulizia meccanizzata delle spiagge, che si effettua in estate, mescola la Posidonia oceanica con sabbia e rifiuti urbani. Il tutto va smaltito, contribuendo all’erosione delle spiagge stesse.
NEGLI ULTIMI 20 ANNI, si è lavorato per invertire questa tendenza. In primis su educazione e informazione, per aumentare l’accettazione delle biomasse sugli arenili, visto che in molti paesi extra europei, la presenza di «alghe» in spiaggia è considerata un indicatore di buona qualità ambientale. Si sono poi sperimentate molte applicazioni di utilizzo dei residui. Infine, con risultati di ricerche e innovazione tecnologica, si è modificato il quadro normativo. Circolari, linee guida, e infine le modifiche al Testo Unico Ambientale (D.lgs 152/2006), hanno rimosso alcuni ostacoli normativi, e oggi si possono adottare buone pratiche, senza incorrere in reati ambientali.









