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Sere fa ho sognato una spiaggia. Come succede in questi casi, non era una spiaggia riconoscibile. Scogli frangiflutti e rena, dune e sassi. Un po’ un mischione di tutti i diversi luoghi marini dove ero stato in vita mia. A essere riconoscibile era il costume arancione che avevo addosso, nel sogno lo riconoscevo e lo rivedo ancora in una vecchia fotografia scattata ad Ardea Marina, vicino a Roma, inizio anni Ottanta, in cui sono un dodicenne magro e annoiato seduto sul bracciolo di una sedia a sdraio di legno e stoffa (allora sedevamo obliquamente e dolorosamente in posti scomodissimi senza troppa pena) sotto un ombrellone di ferro e stoffa.

Se togli quel corpo che mi trascino dietro ancora, ahimè in una forma diversa, i capelli ricci e scuri che ora sono radi, l’anca ossuta e il torace con le costole numerabili ormai invisibili, l’aria stanca e senza scopo che non ho più, tutto sembra uguale a sempre. Persino il mobilio – si fa per dire – da esterni ha ancora la stessa indecifrabile aria da stabilimento. Le stesse sdraio di stoffa monocolore con il nome dei Bagni, gli stessi ombrelloni blu o verdi o arancioni o gialli, piantati nella sabbia uguale ad allora, fatto salvo l’arretramento del bagnasciuga per l’innalzamento del mare. Quale azienda produce imperterrita le sdraio e gli ombrelloni uguali a sempre?