Quando si parla di una strage o di una tentata strage, la parola “pazzia” fa spesso capolino nei resoconti del giorno dopo e nelle cronache dei giorni successivi. Al netto delle cartelle cliniche, l’atteggiamento di fondo è più che naturale: un gesto folle, per così dire, non può non essere incasellato in modo istintivo all’interno della categoria degli atti non razionali, e più un atto sembra essere “folle”, più aumenterà la tentazione di considerare l’autore di quel gesto l’autore di un atto da pazzo. In una stagione come quella attuale, non solo polarizzata, e questa è ormai una banalità, ma viralizzata, ovvero caratterizzata da una classe dirigente che si sente in dovere di rendere ogni commento sui fatti di cronaca il più possibile virale, capita spesso che gli episodi di cronaca nera, compresi naturalmente gli atti di terrore o di terrorismo, vengano utilizzati in modo più o meno maldestro per provare a dimostrare quanto le proprie tesi siano sempre quelle giuste e quanto le tesi degli avversari siano sempre quelle sbagliate. Il tentativo, non particolarmente originale, è all’ordine del giorno, su ogni singolo fatto di cronaca, ma di fronte a casi di cronaca in cui il terrore si impadronisce della nostra attenzione c’è un processo che sistematicamente si presenta di fronte ai nostri occhi increduli. Ogni atto “folle” diventa un po’ meno o un po’ più “folle” a seconda di ciò che si vuole dimostrare. Se “il folle” commette un gesto che permette politicamente di specularci su, il gesto folle resterà ma sarà accompagnato dall’idea che oltre la follia ci sia qualcosa di più. Viceversa, se “il folle” commette un gesto che non permette di specularci su chiunque provi ad andare al di là della follia verrà considerato, a seconda dei casi, uno sciacallo, un estremista, un inquinatore dei pozzi.La tentata strage di Modena, pur essendo frutto di un gesto difficilmente etichettabile fuori dal perimetro della follia, ha confermato la regola della follia a correnti variabili. Il gesto è stato considerato “non solo una follia” da coloro che hanno provato a dimostrare che i pedoni abbattuti come birilli sono stati abbattuti in nome di un odio contro la nostra società figlio della cultura islamista. Viceversa, il gesto è stato considerato “solo una follia” da tutti coloro che quando devono ragionare sui successi e sugli insuccessi dell’integrazione scelgono di utilizzare la scorciatoia del razzismo per non affrontare i problemi. La velocità con cui, di fronte a un atto di terrore, si insiste sull’idea della follia non è un’esclusiva del dramma di Modena. E negli ultimi mesi e negli ultimi anni sono stati molti i casi in cui le culture politiche hanno messo a nudo i propri vizi di fronte ad alcuni atti di terrore. I casi sono molti. Se un suprematista bianco fa strage di immigrati, a prescindere da quanto quel suprematista sia pazzo oppure no, la certezza è che ci sarà un ampio fronte progressista desideroso di dimostrare la “radice” dell’odio, dove radice di solito coincide con un’idea precisa: è stata la destra ad armare quella strage (se invece un uomo accusato di aver ucciso Charlie Kirk viene immediatamente trasformato nel simbolo di una violenza politica di sinistra, cercare la radice dell’odio diventa, per molti, speculazione da sciacalli, anche se i bossoli ritrovati avevano su scritto “Bella ciao”).Se un islamico commette un qualsiasi atto di violenza, la certezza è che ci sarà un ampio fronte conservatore che cercherà di ragionare sulla radice di quell’atto, lo stesso fronte per capirci che di fronte a un gesto di violenza di un suprematista chiede di non speculare, e la certezza è che vi sarà un ampio fronte progressista che chiederà di non offrire altre spiegazioni se non quella della follia: non vorrete mica alimentare l’islamofobia? Se un antisemita fa strage di ebrei, a prescindere da quanto quell’antisemita sia pazzo oppure no, la certezza è che ci sarà un ampio fronte progressista che proverà a minimizzare, o persino a trovare degli alibi, l’esasperazione di chi difende Gaza, le provocazioni di Israele che portano a questi gesti, gli ebrei che se la sono cercata, e allo stesso tempo ci sarà un ampio fronte conservatore che non userà, rispetto al tema della possibile pazzia di un gesto, la stessa nettezza che avrebbe usato in occasioni diverse, per esempio di fronte a un razzista sulle cui armi da fuoco sono incise alla lettera le parole d’ordine del vocabolario xenofobo. Il punto non è negare la follia quando esiste. Il punto è capire perché, a seconda dell’identità dell’autore e della vittima, la follia venga usata ora come attenuante assoluta, ora come dettaglio irrilevante. A Modena, lo abbiamo visto, l’autore della tentata strage ha un profilo evidentemente disturbato e qualunque tentativo di dimostrare, attraverso il suo gesto “folle”, la cattiveria dell’immigrato integrato non può che essere mitigato dalla presenza di un altro immigrato, anzi due, i due egiziani, cittadini non italiani, a differenza dell’uomo che ha tentato la strage, che hanno salvato la vita a Modena ai pedoni trasformati in birilli. Ma più che concentrarsi sui singoli speculatori di Modena, le reazioni alla tentata strage sono lì a ricordarci una verità difficilmente cancellabile della comunicazione politica: dimmi quanto proverai a ridimensionare la follia di un gesto o quanto proverai a trasformarla nell’unica verità di quell’atto e ti dirò che politico sei e che grado di cialtroneria sceglierai di incarnare sia nel tuo tentativo di trasformare un caso di cronaca in un’occasione di sciacallaggio sia nel tuo tentativo di usare l’arma della sola follia per non guardare in faccia un pezzo di realtà.