La tragedia di Castel d’Azzano, in cui hanno perso la vita tre carabinieri, ha sconvolto l’opinione pubblica. Ma insieme al dolore, ha riacceso anche un dibattito necessario: quello sul linguaggio con cui i media raccontano la sofferenza mentale. Molti titoli giornalistici, in questi giorni, hanno accostato le parole “follia”, “pazzia”, “ossessione” alla strage.Titoli che sembrano offrire una spiegazione immediata, ma che in realtà semplificano, distorcono e rafforzano vecchi pregiudizi.
Dietro la scelta di parole come “la strage della follia” si nasconde un meccanismo di difesa collettivo: serve a mettere distanza, a esorcizzare l’angoscia che un evento così tragico può suscitare in ciascuno di noi. Da un punto di vista psicodinamico, questa scorciatoia linguistica evita il confronto con la paura che simili gesti possano nascere anche in contesti ordinari, dentro la vita quotidiana di ognuno. Perché in fondo, di fronte a ciò che non riusciamo a spiegare, non ci sentiamo più difesi. Un tempo, le mura dei manicomi servivano anche a questo: a tracciare una linea netta tra “noi” e “loro”.
Lo stigma
Quei confini proteggevano dal contatto con la follia, quella che – a differenza di una frattura di un osso – non ha segni visibili. Oggi quelle mura non ci sono più, ma ne rischiamo di costruirne altre, invisibili e ugualmente nefaste: si chiamano stigma e pregiudizio. Sono le barriere che ci aiutano a ridurre l’angoscia, a illuderci che ciò che è accaduto “lì” tra i “matti” non possa mai accadere “qui”, tra noi i “normali”.











