Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
Una pericolosa scorciatoia
È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.
Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva
Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva.Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.














