Ho avuto la speranza che il tragico fatto di Modena potesse aprire la strada a un nuovo modo di riflettere su concetti come quello della salute mentale, intesa come bene prezioso da tutelare, e quello dell’utilizzo mediatico della diagnostica, troppo spesso adoperata con superficialità o rigidità. Ma mi sbagliavo.

C’è stata una torsione nella mente dell’uomo che ha compiuto la strage? E, se sì, di quale natura? Delirante? Oppure lucida, consapevole, scelta? Non lo so. Nessuno, oggi, può dirlo con certezza. Qualcosa sanno i clinici che hanno avuto a che fare con lui; qualcosa potranno chiarire, a tempo debito, i periti giustamente invocati dalla difesa. Saranno loro a stabilire se il soggetto soffra o meno di un disturbo mentale. Sarebbe stato forse più prudente, in assenza di dati clinici solidi o di un’anamnesi documentata, affidarsi al silenzio. Invece si assiste, ancora una volta, alla proliferazione mediatica di interpretazioni diagnostiche costruite su frammenti, su frasi isolate, su spezzoni decontestualizzati. Così una frase come “non mi danno un lavoro, mi sento perseguitato” finisce per essere letta quasi automaticamente come segno patognomonico di un quadro psicopatologico. Ma questo slittamento è metodologicamente scorretto. La diagnosi non è un gesto linguistico: è un processo clinico, lungo, strutturato, e vincolato al contesto.