Che pena questo Paese, incapace di guardare le cose per quel che sono. La tentata strage di Modena — perché di questo si tratta — non ha nulla a che vedere con l’origine di chi si è lanciato sulla folla. Non ha nulla a che vedere con la cittadinanza di chi lo ha fermato. Chi discute di questo vuol gettare fumo negli occhi, distrarre, strumentalizzare e probabilmente guadagnare consenso.
Già so che qualcuno dirà che bisogna accelerare sui CPR, ma l’attentatore è italiano. Chiunque insista su questo punto è semplicemente in malafede. Altri infileranno dati sull’immigrazione, sui permessi di soggiorno e sugli irregolari, ma questa vicenda non ha nulla a che fare con le migrazioni: l’attentatore è nato, cresciuto, ha studiato e si è laureato in Italia. È italiano.
Perché in questa Repubblica ci distraiamo così facilmente dai fatti? La risposta è chiara: i problemi che hanno portato a questa tentata strage sono altri e nascono da responsabilità profonde, nazionali e locali, maturate in decenni. Si ritrovano in anni — dopo la riforma Basaglia — di progressivo disinvestimento nel sostegno e nella cura delle persone con patologie psichiatriche e nelle tutele per le loro famiglie.
Se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo essere onesti: origini e nazionalità non c’entrano. Non prendiamoci in giro. Mancano strutture, cure e servizi territoriali per la salute mentale, sin dall’infanzia. Le neuropsichiatrie dell’età evolutiva sono scoperte da anni, i servizi psichiatrici per gli adulti sono stati decimati, e i trattamenti sanitari obbligatori restano spesso l’extrema ratio — quando si arriva in tempo.











