Un messaggio agli estremisti

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Nel caso Garlasco si è riaperta la porta del sospetto permanente. E nel gioco del sospetto permanente, chi paga? I vivi e la morta. Ma anche chi, per errore o per ossessione collettiva, finisce nel mirino di chi scambia la cronaca per una fiction e la verità per una sensazione epidermica.

È il caso della famigerata impronta 33. Un segno lasciato da una mano, presumibilmente destra, che qualcuno ha subito voluto interpretare come insanguinata. Peccato che la Procura di Pavia abbia già risposto con la sobrietà di chi è abituato a lavorare con la realtà, non con i filtri di Instagram: Non è possibile procedere ad accertamenti biologici. Tradotto: non si può dire se c’è sangue, né se c’è Dna.

Nemmeno le suggestioni della difesa di Stasi, che li’ vede densità biologica riescono a rianimare ciò che non è mai stato vivo. Anche ammesso che sia di Andrea Sempio e sul punto si dibatte a colpi di minuzie, non cambierebbe nulla. Perché le impronte papillari non sono databili. Dicono chi, non dicono quando. Non dicono se quella mano ha toccato la parete prima o dopo l’omicidio o in un qualsiasi altro giorno. E le fotografie senza metadati valgono meno di un sogno fatto male.