Meloni di lotta e di governo
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Nel delitto di Garlasco, dove il tempo sembra non bastare mai a saziare il dubbio, la scena del crimine continua a raccontare la sua verità con una precisione chirurgica. Le tracce azzerano le teorie creative, lasciano nudo il fatto nella sua crudezza. Resta, ad oggi, forse solo il presunto DNA maschile trovato sulle unghie di Chiara Poggi, che è stato l’appiglio che la Procura di Pavia ha brandito fin da subito, insieme alla famosa impronta 33, per chiamare in causa Andrea Sempio.
Peccato che la stessa sentenza di appello bis, quella che ha condannato l’ex fidanzato di Chiara, lo abbia già archiviato come un dato frammentario e contraddittorio. I test sui singoli polpastrelli, ripetuti tre volte, non una, non hanno mai restituito un profilo stabile. E siccome, secondo il principio di Locard, ogni contatto lascia una traccia, quei residui potevano benissimo provenire da un contatto qualunque, avvenuto ben prima dell’aggressione.
Del resto Sempio in quella casa entrava e usciva come fosse la sua, forte del legame con il fratello della vittima, Marco Poggi. Nella quotidianità, il DNA si infila ovunque: sotto le unghie, sulle maniglie, nei tessuti. Basta un contatto. Non serve un’arma del delitto per depositare microtracce biologiche. E Chiara, come ha stabilito l’autopsia, non ha nemmeno avuto il tempo di difendersi: dunque, ammesso che quel profilo genetico venga con le nuove tecnologie attribuito con certezza a Sempio, resterebbe comunque sganciato dalla dinamica omicidiaria.






