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Ultimo aggiornamento: 11:41

Ci sono domande difficili ma che alcuni familiari dei carabinieri morti nella strage di Castel d’Azzano hanno deciso di porre. Per fugare ogni dubbio, per capire se tutto si è svolto correttamente nel blitz notturno al casale dove vivevano i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi: “Serve fare chiarezza”, è la richiesta di Daniele Piffari, il fratello del luogotenente Marco, uno dei tre carabinieri deceduti nell’esplosione del 14 ottobre in provincia di Verona. Per questo si è affidato al legale Davide Adami.

Ci sono infatti domande rimaste sospese: “Bisogna capire come è stata organizzata la perquisizione e l’irruzione nella casa dei Ramponi e che cosa avevano in mano i militari per preparare il piano d’accesso al casale ma soprattutto se è stato fatto tutto il possibile per garantire l’incolumità dei carabinieri”, sottolinea l’avvocato al Corriere del Veneto precisando che “non stiamo puntando il dito contro nessuno” ma “vogliamo solo capire che cosa è andato storto”. Nessuna accusa, ma una richiesta di spiegazioni.

Che probabilmente parte dai precedenti nel villino dei Ramponi, che già lo scorso anno avevano saturato il casale con il gas. Un modus operandi simile a quello adottato nella notte della perquisizione che avrebbe dovuto precedere lo sgombero. La situazione era considerata a rischio, poiché erano state notate delle molotov sul tetto del casale durante un volo con i droni. Tant’è che erano state anche attivate le Uopi, le Unità operative di pronto intervento che solitamente operano in blitz antiterrorismo.