Caro Aldo,le chiedo un’opinione non tanto sull’episodio di Modena in sé ma su come darne una interpretazione oggettiva. Perché è indubbio che se le istituzioni hanno dato prova di responsabilità non comune l’umore della gente è un tantino diverso. Italo Mariani, Parma Si straparla di revoca della cittadinanza, mentre nessuno del Governo ammette che i servizi psichiatrici sono senza fondi adeguati e che ci sono «pazzi» senza cure, pericolosi per le loro famiglie e le loro comunità.Massimo Marnetto Su Modena, come sempre qualcuno cerca di speculare sull’immigrazione, ma qui ci troviamo di fronte a un cittadino italiano, una persona che ha studiato, è arrivata a fare l’università, che viveva in una famiglia come tante altre, il papà lavorava e tirava su la propria famiglia. Quindi, tolta l’immigrazione, restano l’integrazione e il disagio psichiatrico. Lei cosa ne pensa?Angela Lanzo Lamezia Terme

Cari lettori,credo che i fatti, comprese le tragedie, vadano sempre riportati alle loro dimensioni. L’attentatore di Modena non era un uomo di Al Qaeda o dell’Isis o di una delle tante sigle della Jihad islamica che hanno insanguinato l’Europa. Non è neanche uno dei tanti giovani arrivati in Italia con i barconi; è nato a Seriate. E non è neppure un «maranza», come si dice ora; è laureato in economia. Conforta pensare, come ha detto il ministro dell’Interno, che non è un terrorista sfuggito alle maglie dell’intelligence e della sicurezza; è «affetto da turbe psichiche», nel linguaggio della gente comune un pazzo. Tuttavia questo ci tranquillizza fino a un certo punto. Perché scene come quelle di Modena non si erano mai viste in Italia. Perché molte volte, non soltanto di fronte al Bataclan o agli attentati di Londra e Bruxelles, ma anche di fronte agli attacchi indiscriminati del «lupo solitario» lanciato con un veicolo contro la folla — come la strage del 14 luglio a Nizza, dove l’attentatore era su un camion, o gli attacchi contro i mercatini di Natale in Germania — abbiamo pensato: qui da noi non succede e non potrebbe succedere. Invece è successo, oltretutto non in un luogo di disagio ma in una città accogliente come Modena, su una strada che è uno dei simboli dell’identità italiana come la via Emilia.Che fare allora? Mantenere i nervi saldi. Lavorare per decidere chi può entrare in Italia e per integrare gli italiani di seconda generazione. Non speculare su un dramma a fini elettorali; ma anche evitare l’atteggiamento contrario, per cui se muovi una minima critica all’immigrazione di massa diventi per le anime belle dei social il nemico del popolo da additare al pubblico ludibrio. La verità è che l’osmosi tra l’Africa, continente immenso, giovane e in crescita, e l’Europa, continente piccolo, vecchio e in declino, ci sarà. L’importante è governare questo fenomeno epocale. La vicenda di Modena ci insegna che filtrare gli ingressi non basta, anzi è solo il primo passo.