Con “Le città di pianura” (2025, pluripremiato ai David di Donatello), di Francesco Sossai – scritto con Adriano Candiago -, il cinema italiano ci racconta la provincia del Nord-est di notte, tra Fellini e Pasolini, parlando delle piccole cose di buon gusto. La sceneggiatura, seppur intrigante, non sa rinunciare a strizzatine d’occhio popolari
Il giro dei locali notturni, dove si può mangiare e bere sino a tardi, o dei bar h24, ormai disseminati in tutta l’Europa e oltre, è una “tradizione” italiana ben radicata. Se con gli amici vuoi imbarcarti in una notte brava, lo puoi fare. Perfino gli adolescenti tornano a casa alle ore 8.00 del sabato o della domenica. Dopo aver atteso l’uscita del caldo croissant, accompagnato da un forte caffè, a chiusura di un giro di alcool e sostanze varie, ingoiate o inalate. Sovente il rientro a casa, però, non è garantito: si può finisce sull’asfalto sputato fuori dall’autovettura a gran velocità o in attesa che i pompieri aprino, con la fiamma ossidrica, la carcassa accartocciate della tua auto.
Questa eventualità la si mette in conto per tutta la durata di Le città di Pianura (2025) di Francesco Sossai, scritto con Adriano Candiago, con i due inseparabili amici cinquantenni, vitelloni-bidonari, Carlobianchi, alla guida spericolata della sua Jaguar S-Type, e l’amico Doriano. Siamo nel Veneto e i due debbono andare a prendere un vecchio amico, all’aeroporto, rientrante dall’Argentina, Genio. Questi, riparato in sud America, da anni, in attesa della prescrizione del suo reato, insieme ai due di cui sopra, in passato truffavano l’azienda in cui lavoravano, sottraendo e vendendo al nero occhiali di marca, scartati per mini difetti.











