Col trionfo ai David delle “Città di pianura” cosa cambia nel cinema italiano? A onor del vero, il film è stato anche l’ultimo italiano apprezzato a Cannes (venne presentato con successo nel 2025, sezione “Un Certain Regard”). Cambia poco o niente, chiaramente, essendo la pellicola di Francesco Sossai l’eccezione in grado di confermare tutte le regole: rischio imprenditoriale e creativo zero, registi e soprattutto sceneggiatori come un circolo del cucito, governo senza una visione, crisi delle sale.
Non cambia niente tranne che per un piccolo, mastodontico, particolare: “Le città di pianura” ha riacceso una timida speranza. Affermare che sia un film accettabile, un Kaurismäki arrivato in ritardo di un paio di decenni, e non quel capolavoro che è diventato subito dopo la notte degli Oscar italiani, non va a detrimento di Sossai, ma di tutti gli altri.
Se Sossai oggi appare un genio è perché il suo film si muove dentro un orizzonte di sconfortante conformismo. È vero, la pellicola non inventa nulla, sia per quanto riguarda la scrittura (il Nord Est alcolico e la desertificazione culturale sono il lietmotiv di qualunque artista veneto: basta tornare a Vitaliano Trevisan) sia dal punto di vista filmico (i movimenti di macchina ridotti a zero erano già presenti in Ecce Bombo del giovane Nanni Moretti).










