Ho amato tanto “Le città di pianura”, il film che ha vinto tutti — non tecnicamente ma la percezione è: tutti — i principali premi David, maggior riconoscimento del cinema italiano. È un film fuori spartito, ispido commovente e prezioso: ve ne avevo parlato tempo fa. Ma ho amato tantissimo anche “Cinque secondi” di Paolo Virzì, che bella storia così dentro la nostra vita, che tocco di regia, che pazzesca interpretazione quella di Valerio Mastandrea. Ho amato “La grazia” di Sorrentino, indimenticabile racconto della solitudine del potere, “Ammazzare stanca” di Daniele Vicari, e “Gioia mia”, e “La Gioia” di Martone, e “Primavera” e una lunga serie di film belli-bellissimi. Ho amato anche “Buen camino” con Checco Zalone, nessuno racconta i mostri che siamo diventati come sa fare lui, ma alla cerimonia di consegna dei premi non c’è andato e un po’ lo capisco. Il film sono come le persone. Sono tutti diversi, hanno facce diverse, caratteri, storie, intenzioni, guasti, passioni diverse. Quando sono interessanti, poetici o politici, appassionanti, lo sono in modo diverso. Ce ne sono alcuni, però, che godono di una corrente ascensionale della critica, dell’industria, della promozione nei programmi tv tale per cui sai che esistono — lo sai per forza, è un bombardamento. Poi ce ne sono altri che restano in sala perché la gente li ama e li consiglia ad altra gente. Piacciono al pubblico. Resta misterioso è il motivo per cui chi produce i film e chi li premia decida di investire su alcuni e non su altri. Serve tempo, per il passaparola. Bisogna che un film resti in sala almeno un po’. Ho scritto di “Antartica”, giorni fa. L’opera prima di Lucia Calamaro. Ve lo consiglio molto, sarà nelle sale e non in molte ancora solo per il prossimo week end. Che peccato. Saranno ragioni di soldi, certo, ma i soldi non misurano il valore. È fatto così, il Sistema: ci dimentichiamo sempre che all’origine del Sistema ci siamo noi. A decidere cosa fare e cosa no, senza che qualcuno ce lo dica.