ROMA – Il viaggio di Le città di pianura, è partito dallo scorso Festival di Cannes per finire ai David di Donatello, 16 candidature. Il “piccolo” film laterale firmato da Francesco Sossai si è presto imposto come l’evento da passaparola, ostinato e quasi militante della scorsa stagione. È un film che sembra arrivare da un altro tempo e insieme parlare esattamente di questo. Un on the road sgangherato, alcolico, poetico e politico, che attraversa il Veneto seguendo due vitelloni di provincia — Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano — e un terzo corpo estraneo, il giovane Giulio interpretato da Filippo Scotti. Il pretesto è minimale, quasi una gag reiterata: la ricerca infinita del “bicchiere della staffa”.
"Le città di pianura", Filippo Scotti: "Io, un napoletano in Veneto, qui a Cannes con mia mamma"
Ma è proprio in questa deriva che il film trova la sua forma. Scotti lo racconta con una chiarezza che illumina il cuore del progetto: “Mi sono trovato davanti a un autore nuovo, con una voce limpida… sul set sentivo che stavamo imparando qualcosa di essenziale, come se il film ci formasse mentre lo giravamo”.
È un cinema che non si limita a rappresentare un’esperienza, ma la produce, la costruisce nel tempo condiviso del set e poi la restituisce allo spettatore. Anche il legame tra i tre protagonisti nasce in questa zona ambigua tra finzione e vita: “Ho scoperto che è bellissimo creare legami autentici con persone molto diverse da me… con Romano e Capovilla (entrambi nella cinquina degli attori protagonisti, ndr) si è creata un’intimità naturale, un’accoglienza vera”.










