Le città di pianura di Francesco Sossai (dal 25 settembre al cinema) è un film spettinato, come lo sono i protagonisti, due balordi cinquantenni che accalappiano uno studente di architettura e lo coinvolgono nei loro vagabondaggi nella pianura veneta. E, forse, è proprio questa spigolatura eccentrica a conferire alla storia una grazia particolare, un’originalità e un’umanità che raramente vediamo sul grande schermo: la poetica del nulla, quando il quotidiano è stato spogliato della sua poesia. Si parte da un Veneto imprecisato, violato dal turbocapitalismo di memoria zanzottiana, che ha trasformato il territorio in un capannonificio, i paesi in luoghi senza storia, il rito della bevuta in una cerimonia dell’oblio. Sossai trasfigura questi elementi in una commedia dell’assurdo, grottesca e malinconica.

I protagonisti: Carlobianchi e Doriano

Il regista bellunese 36enne per raccontare l’epica di un mondo perduto, sorprende due amici, Carlobianchi (Sergio Romano), detto Charliewhite, e Doriano (Pierpaolo Capovilla), nella loro auto nel cuore della notte, sprofondati in un sonno alcolico, impermeabile a qualsiasi clacson di protesta delle macchine a cui bloccano la strada. Accarezzati dalla luce rossa e poi verde del semaforo, potrebbero benissimo essere le vittime di una scena criminale. La macchina da presa nel frattempo si guarda attorno, cogliendo scorci di una bruttezza genericamente omologata.