BELLUNO - Il Veneto è quello, a cambiare è lo sguardo. «Il suo, quello di Francesco, forse vede oltre il mio». E se a dirlo è uno che di nome (d'arte) fa Pojana... Qualche ora dopo gli otto David a "Le città di pianura", a cui lui ha contribuito con la nomination a miglior attore non protagonista, Andrea Pennacchi racconta Francesco Sossai tra asce e poesia, Mazzacurati e Trevisan, eroi imbriaghi e bande partigiane.

«Francesco è un ragazzo che ama e conosce profondamente il cinema. Sa cosa vuole e lo individua con occhio molto preciso. E questo anche un attore scalzacani come me lo sente subito, dà tranquillità e sicurezza. È un rilassato, non un fanatico, e anche se magari dentro gli si muove il mondo, esteriormente è tranquillo; una persona molto gradevole. È stato faticoso, dovevo correre avanti e indietro, ma era un set in cui si stava con piacere».

Davanti all'obiettivo c'era lo stesso identico soggetto che lei osserva e racconta da sempre: il Veneto. È lo stesso Veneto?

«Il Veneto è quello, gli sguardi sono diversi. Io di mestiere devo scavare ancora più a fondo, ma lui vede più di me, o forse oltre. Il Veneto è sta roba qua, è terra viva che a volte riempie di gioia, altre fa arrabbiare, spesso fa male. Nel film Francesco dice cose che purtroppo mi sono molto familiari, sono cresciuto con i Vitaliano Trevisan e i Cibotto, con quella generazione là. Mi riconosco perché continuo a viverci, immerso in tutte quelle cose che abbiamo distrutto, in quelle che restano e in quel che siamo diventati, probabilmente proprio "un capriccio", come dice Francesco nel film. Noi vecchi però siamo più feroci, anche nel darci martellate sui maroni, lui è più poetico. Noi asce, lui stiletto. Lui ha la poesia, che forse è parte della sua generazione».