"Mi piace rappresentare una generazione che sta nascendo e si sta imponendo con racconti sul Paese che diano la possibilità di vedersi, di riflettere e anche di ridere come ci hanno insegnato i grandi maestri del cinema della commedia all'italiana.

Una generazione che ha più o meno la mia età e che sta facendo un tipo di cinema che ieri sera mi sentivo di rappresentare per tutti.

Stiamo facendo un grande viaggio in Italia nella tradizione di Piovene e di Ceronetti".

Lo dice all'ANSA Francesco Sossai, bellunese, classe 1989, che ieri con 'Le città di pianura', road movie malinconico e sgangherato su due cinquantenni nel nulla della provincia veneta, ha sbancato alla 71/a edizione dei David di Donatello con otto premi: miglior film, regia, attore protagonista (Sergio Romano), sceneggiatura originale, canzone, montaggio, produttore e casting. Un film low budget, visto da 300mila spettatori e che ha incassato oltre un milione e mezzo di euro, presentato nel 2025 nella sezione Un Certain Regard di quel Festival di Cannes oggi considerato forse ingiustamente poco generoso con l'Italia.

Si può definire il suo un film anti-borghese, lontano da 'Roma Nord'? "Non lo so bene, perché per me Roma Nord è abbastanza esotica, non la conosco. Invece il Veneto lo conosco bene e mi riesce più facile raccontarlo. Quanto al cinema borghese, penso sia difficile dividere la propria vita dai propri film. Secondo me allora bisogna ampliare il più possibile le proprie frequentazioni, i propri giri e visitare i vari strati della società per capirla veramente. Ecco, è proprio questo che provo a fare".