L’elefante nella stanza dell’Unione europea è italiano e si chiama Mario Draghi. Non esiste oggi un politico che goda della stessa reputazione e autorevolezza dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano. E non esiste neppure un leader che negli ultimi anni abbia esposto con altrettanta chiarezza una visione organica su come uscire dalla stagnazione economica, industriale e geopolitica in cui l’Europa si trova. Draghi ha le idee, ma non ancora un ruolo politico per implementarle.

Da quando è terminato il suo mandato a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, Draghi ha disseminato il suo pensiero in una serie di interventi pubblici tra conferenze, meeting, audizioni, lauree honoris causa e altri discorsi sparsi qua e là nelle città europee. Insieme formano una sorta di manifesto politico sull’Europa del futuro. L’idea di fondo è semplice e radicale: il modello economico europeo costruito dopo la Guerra Fredda è finito e l’Unione deve trasformarsi rapidamente se vuole restare prospera, libera e autonoma.

Nel rapporto sulla competitività presentato al Parlamento europeo nel settembre 2024, Draghi ha spiegato che l’Unione è particolarmente esposta alle crisi globali perché è più aperta delle altre grandi economie, dipende da pochi fornitori per molte materie prime strategiche e paga energia più cara rispetto ai suoi concorrenti. Le imprese europee affrontano prezzi dell’elettricità fino a tre volte superiori a quelli statunitensi e il continente conta appena quattro aziende tecnologiche tra le cinquanta più grandi del mondo.