L’ex presidente della Bce, forse l’italiano più ascoltato e apprezzato in Europa, è tornato a mettere il Vecchio continente dinnanzi alle proprie responsabilità, gettando però le basi per un salto dimensionale. Il rapporto con gli Stati Uniti è più complicato, ma non va messo in discussione. Energia, difesa e mercato unico sono i pilastri della nuova Unione

Siamo soli. Non è solo una celebre canzone di Vasco Rossi, ma il senso, profondo, dell’ultima uscita di Mario Draghi, l’italiano più ascoltato in Europa. Delle 400 pagine del famoso e ormai un po’ mitologico rapporto Draghi è rimasta una lontana memoria, che talvolta riaffiora. Come oggi, in occasione dell’intervento dell’ex presidente della Bce, padre spirituale del whatever it takes, alla cerimonia di consegna del premio Carlo Magno della città di Aquisgrana. Il messaggio è sempre quello, il mondo è cambiato e l’Europa non se ne è accorta. O, se lo ha fatto, è stato troppo tardi. Il risultato è che delle sorti del Vecchio continente non importa più molto.

“Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più: è diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Oltre l’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i garanti dell’ordine postbellico rimangano impegnati a preservarlo”, ha spiegato Draghi nel suo discorso. “Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole che gli Stati Uniti un tempo sostenevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Usa non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che un tempo davamo per scontati”.