Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende. Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni. Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate.
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