Ad Aquisgrana, nella Sala dell'Incoronazione dove i re franchi ricevevano la corona del Sacro Romano Impero, Mario Draghi ha ritirato il Premio Carlo Magno 2026 – il riconoscimento più prestigioso che l'Europa conferisce a chi ha contribuito alla sua unità. Alla cena di gala che precede la cerimonia, Christine Lagarde ha elogiato l’ex presidente BCE, ma ha soprattutto messo nel mirino la classe politica europea.
Ha ricordato la crisi dell'euro, quando nel luglio del 2012 pronunciò da presidente della Banca centrale europea le tre parole che bastarono a salvare la moneta comune – "whatever it takes", qualunque cosa serva – e lo ha celebrato come autore del rapporto sulla competitività europea che porta il suo nome. Ma il cuore del discorso non era un tributo a Draghi: era un avvertimento al suo uditorio. «Mario può diagnosticare il problema», ha detto Lagarde alla platea di leader europei. «Può usare la sua autorità per rompere il compiacimento. Ma non può, dall'esterno delle istituzioni, costruire quelle che all'Europa mancano. Questa responsabilità ricade sui leader europei».
Era il modo più elegante possibile per dire quello che il rapporto di Draghi, il documento più citato e probabilmente meno attuato degli ultimi anni, rischia di restare esattamente quello che troppo spesso sono stati i grandi piani europei – una diagnosi brillante senza cura, non perché la cura manchi ma perché il medico non ha il coraggio di operare.















