Il poderoso discorso tenuto ieri ad Aquisgrana da Mario Draghi è un formidabile manifesto culturale che costringe i leader europei a scegliere con chiarezza da che parte stare in una stagione politica in cui l’antitrumpismo non ha bisogno di megafoni, di scelte simboliche, di bandierine da sventolare ma di un’unica parola: fatti. Mario Draghi, ex presidente del Consiglio, ieri ad Aquisgrana ha ricevuto il premio Carlo Magno e ha colto l’occasione per offrire alcuni messaggi importanti. Il primo messaggio è implicito. Il vero premio per il miglior europeista dell’anno, questo è il filo conduttore del discorso di Draghi, andrebbe consegnato anche a Donald Trump, che ha costretto l’Europa, negli ultimi mesi, a compiere scelte che rimandava da anni, e negli ultimi sedici mesi ha fatto più passi in avanti di quanti ne avesse fatti negli ultimi sedici anni. Il secondo messaggio è più diretto e forse più dirompente. Draghi sostiene che il futuro dell’Europa sia legato alla sua capacità di essere competitiva e il suo essere competitiva passa anche dal coraggio con cui le classi dirigenti capiranno, a destra e a sinistra, che un europeista vero, per puntare al futuro, deve imparare a considerare come unica stella polare dell’Europa la parola crescita. Non lo dice direttamente, Draghi, non lo dice esplicitamente, ma la volontà di puntare forte su questo concetto segna un elemento definitivo di discontinuità con una stagione politica non troppo remota all’interno della quale l’Europa aveva subordinato ogni sua scelta sul futuro, su Difesa, sicurezza, benessere, lavoro, politiche industriali, a un altro concetto: la transizione ecologica. Fare della crescita la stella polare dell’Europa non significa disinteressarsi dei temi ambientali ma significa ristabilire le giuste priorità. Per crescere, l’Europa ha bisogno di essere più produttiva. Per essere più produttiva ha bisogno di investire sull’innovazione. Per investire sull’innovazione occorre capire che non c’è futuro se non si fa del nostro continente un motore di attrattività sul fronte dell’intelligenza artificiale. Draghi non rinnega la transizione ambientale, ma la sottrae, per così dire, alla religione dell’austerità climatica. L’Europa, è il ragionamento, non può diventare sostenibile impoverendosi. Perché se la transizione diventa deindustrializzazione, se il verde significa dipendere dalla Cina, se la decarbonizzazione produce bollette insostenibili e fuga delle imprese, allora non è politica climatica: è solo autolesionismo strategico.diL’Europa, dice Draghi, su questo tema e su molti altri, oggi, a causa di Trump, o grazie a Trump, è costretta a prendere decisioni che finora aveva evitato. Ma per la prima volta da molti anni a questa parte, le condizioni per compiere quelle scelte cominciano a esistere. Nel ragionamento dell’ex presidente del Consiglio c’è poi un tema ulteriore che affiora e che coincide con una condizione storica pressoché unica: la possibilità di creare un compromesso storico tra europeisti e sovranisti. Il sovranismo oggi non può fare a meno dell’europeismo perché se il tema dei sovranisti è quello di difendere la sovranità dei propri paesi non vi è sfida più sovranista che permettere all’Europa di offrire ai paesi membri scudi per proteggersi dalle minacce globali. Il messaggio di Draghi è rivolto a tutti i leader europei, ovviamente, di destra e di sinistra, ma c’è un leader in particolare che forse dovrebbe prestarvi maggiore attenzione. Un leader che dovrebbe capire, come ha detto ieri Draghi, che l’Europa deve essere aiutata a non confondere l’unanimità con l’unità. Un leader che dovrebbe capire, come ha detto ieri Draghi, che se tutti i leader europei devono essere sempre d’accordo su tutto, alla fine nessuno farà mai abbastanza per crescere. Un leader – Giorgia Meloni – che dovrebbe capire, lei che ha detto più volte di avere a cuore il futuro di un’Europa pragmatica, che l’idea secondo cui chi vuole andare avanti può farlo non può più essere considerata un tabù: deve essere considerata il motore dell’Europa del futuro.La ricetta, dice Draghi, è lì di fronte a noi. Ed è una ricetta che non passa dalla necessità di spendere di più, dall’ansia di avere scostamenti di bilancio, dall’angoscia di avere deficit legittimati. E’ una ricetta che passa dalla capacità di comprendere che per essere europeisti oggi non basta cercare occasioni per essere non trumpiani. Bisogna lavorare per far emergere i campioni europei, bisogna lavorare per stimolare la concorrenza, bisogna lavorare per combattere gli eccessi di dirigismo, bisogna lavorare per ridurre i divari di produttività dell’Europa. Il sovranismo deve abbracciare l’Europa per rendere più indipendenti i propri paesi dalle minacce di sistema e dalle vulnerabilità del momento. E in questo senso, se vogliamo, essere alternativi al paradigma del trumpismo significa saper cogliere il senso più profondo della sfida trumpiana, che ha costretto gli europei a riconoscere, di nuovo, “ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme”. Per la prima volta dal 1949, ha detto Draghi, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per scontate. Per essere alternativi al trumpismo, e non essere subalterni, la strada è dunque semplice: accettare la sfida, con i fatti, o perdersi nelle chiacchiere, e restare vulnerabili. Essere europei ed essere sovranisti oggi, per la prima volta nella storia, sono due concetti complementari. E chi non accetta questa sfida non lo fa per difendere la propria sovranità. Lo fa per indebolirla, lo fa per lavorare alla propria subalternità, lo fa con l’idea di rendere il proprio paese più vulnerabile e dunque meno sovrano. Chiamarla agenda Draghi forse è fuori moda. Chiamarla ricetta per un’Europa più forte, più pragmatica, più volenterosa, più ambiziosa è forse una formula più efficace. Parla a tutti i leader europei, Draghi. Ma l’impressione è che parli prima di tutto all’unica leadership europea che per stabilità, forza e persino coesione della maggioranza potrebbe aiutare l’Europa non solo a tutelare il suo status quo, ma anche a darle un futuro. Sfidare Trump è un passaggio necessario per investire sull’Europa. Ma per investire sull’Europa non servono megafoni, scelte simboliche, bandierine da sventolare. Serve un’unica parola, messa a fuoco ieri da Draghi. Una e soltanto una: i fatti. In bocca al lupo.