L’Europa non è solo in un momento di “pericolo”: questo “è anche un momento di epifania”. Tempo fa Mario Draghi aveva già messo in guardia dall’attuale frangente storico in cui il continente “ha più nemici che mai”. Ma ricevendo ad Acquisgrana uno dei più prestigiosi riconoscimenti tedeschi ed europei, il Premio Carlomagno, l’ex presidente della Bce ha sottolineato che queste pressioni esterne stanno spingendo gli europei a “riconoscere, di nuovo, cosa hanno in comune e cosa sono disposti a costruire insieme”. Attraverso una lunga e lucida analisi delle attuali vulnerabilità europee, Draghi è tornato a spingere per un mercato comune più integrato e per una governance più efficiente. Perché in un contesto globale sempre più aggressivo e ostile e dinanzi alla perdita di un alleato strategico come gli Stati Uniti “per la prima volta a memoria d'uomo, siamo davvero soli insieme”. Draghi è partito dalla crisi attuale in Medio Oriente e dal blocco dello Stretto di Hormuz che stanno infliggendo all’economia globale una crisi delle forniture “che potrebbe estendersi per mesi o anni”, con effetti nefasti su inflazione e crescita. E piombano su un momento di bisogno di investimenti “che è diventato immenso”, che è salito a “1.200 miliardi all’anno”. La crescita, ha sottolineato, “è dunque la condizione per tutto ciò che l’Europa sostiene debba fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le imprese dell’era digitale e sostenere le società che invecchiano”. Un bisogno che diventa tanto più urgente quanto più il mondo che ha garantito la prosperità per decenni al continente “non esiste più”, è diventato più spinoso, frammentato “e più mercantilista”. Lanciando lo sguardo dall’altro lato dell’Atlantico Draghi fa notare che “non possiamo più partire dall’assunto che i guardiani dell’ordine del dopoguerra si impegneranno a preservarlo”. Per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale “gli Stati Uniti potrebbero non garantire più la sicurezza nei termini in cui assumevamo finora”. Né possiamo guardare tranquilli alla Cina o alla Russia. “Per la prima volta nella storia siamo soli, insieme”, scandisce l’ex presidente del Consiglio italiano. Draghi ha ricordato i meriti dell’Unione europea, che ha abbattuto i suoi confini interni, creato un mercato unico, una moneta unica. Un progresso che “ci ha consentito di raggiungere qualcosa di storicamente raro: un’integrazione senza subordinazione”. Molti obiettivi, però, sono rimasti incompiuti: il mercato unico “non è concluso”, quello dei capitali ancora “frammentato”, i sistemi energetici “insufficientemente connessi” e “una gran parte della nostra economia imbrigliata da un’eccessiva regolamentazione”. Per l’ex governatore della Banca d’Italia ci sono anche delle vulnerabilità legate alla dipendenza eccessiva dalle esportazioni, dalla “domanda esterna”. L’attuale crisi economica, dovuta anche a questa eccessiva dipendenza dalla Cina o dagli Stati Uniti “è risulto del nostro fallimento a costruire un mercato unico sufficientemente profondo”. Anche una seconda vulnerabilità è autoinflitta, ha argomentato: “la nostra crescente dipendenza da materie prime critiche”, anzitutto dalle fonti energetiche.
Draghi scuote l’Europa: “Ora siamo soli, dobbiamo essere più fermi con gli Usa”
Il discorso dell’ex presidente Bce alla cerimonia del premio Carlo Magno: “In caso di attacco a un Paese l’Europa deve rispondere”
















