Ci sono ricordi che non si cancellano. Non si attenuano, non sbiadiscono, anche dopo cinquant'anni. Per lei, il terremoto del 6 maggio 1976 non è solo una data o un evento storico: è il volto di una bambina mai più rivista.

Barbara Beltrame, classe 1972 residente a Basagliapenta, all'epoca aveva quattro anni. Viveva a Vercelli, ma si trovava in Friuli per trascorrere qualche giorno dai nonni, tra Santa Maria di Sclaunicco e Orgnano. Era ricoverata in Pediatria a Udine per una forte crisi asmatica. «Ero entrata il 20 aprile racconta e sarei stata dimessa proprio il 7 maggio».

La sera del 6 maggio è rimasta impressa nei dettagli. «Mi scrissero il nome sul polso con un pennarello e ci portarono tutti nei sotterranei», inizia Barbara che prosegue: «Chiesi: "Dove ci portate? Perché?". Mi risposero sorridendo che dovevano dipingere l'ospedale il giorno dopo». Una spiegazione che bastò. «Mi sembrava strano, ma mi addormentai».

Il risveglio, però, fu diverso. «Il mattino dopo vidi bambini che la sera prima non c'erano. Avevano lividi, graffi». E tra tutti, una bambina attirò la sua attenzione. «Aveva il viso blu, tumefatto, pieno di segni - ricorda Barbara -. I capelli arruffati, pieni di polvere. Saltava da un letto all'altro come una piccola scimmietta, in preda al panico, e gridava: "Voglio andare a cjasa!"».