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Ultimo aggiornamento: 7:38

Il terremoto in Friuli del 6 maggio 1976 fu una delle maggiori catastrofi sismiche in Italia nell’ultimo secolo, preludio all’ancor più catastrofico terremoto irpino-lucano del 23 novembre 1980. Interi paesi risultarono quasi del tutto distrutti, tra cui: Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese. Morirono, dopo il forte terremoto del 6 maggio, quasi 1000 persone; 3000 furono i feriti, quasi 200.000 persone rimasero senza casa.

Dopo la scossa di magnitudo 6.5 che fu seguita entro pochi giorni da altri tre eventi di magnitudo maggiore di 5, avvennero altre 4 forti scosse circa 4 mesi dopo: 11 settembre (due scosse di magnitudo maggiore di 5) e 15 settembre (due scosse di magnitudo 5.9 e 6.0), e poi un’altra ancora a distanza di un anno, il 16 settembre 1977. Il nostro paese sperimentò quindi una tipica sequenza sismica con diversi forti terremoti, come ce ne saranno diverse negli anni a venire, e la cui natura divenne chiara, dalla ricerca sismologica internazionale, soltanto molti anni dopo.

La causa dei terremoti del Friuli, anch’essa chiarita una decina di anni dopo gli eventi, è il movimento rotatorio, in senso antiorario, della microplacca adriatica, che causa la compressione S-N della catena alpina orientale, dove la microplacca adriatica collide con la zolla eurasiatica. Questa compressione N-S genera appunto terremoti detti ‘di faglia inversa’, con lo scorrimento della placca adriatica al di sotto della catena alpina. La rotazione antioraria della microplacca adriatica, oltre alla compressione nelle Alpi, genera anche la distensione della catena appenninica; distensione via via maggiore verso Sud, ossia allontanandosi dal fulcro di rotazione che è situato nella parte più settentrionale dell’Appennino, nell’area di Parma-Piacenza.