UDINE - Il tempo si è fermato intorno alle 21 del 5 maggio 1976. «Ero in un'officina al primo piano di una casa a Porcia quando la terra ha tremato, cambiando per sempre il corso della nostra storia. Ricordo ancora il rumore, profondo. Il sindaco Glauco Moro e il meccanico scambiarono quel boato per il passaggio di un pesante camion: "Fanno un gran frastuono", dissero. Ma la mia percezione era diversa».
Il ricordo di Alvaro Cardin risulta lucido e preciso, come fosse ieri e non cinquant'anni fa. Non erano gli anni in cui era sindaco, ma assessore con un gran numero di deleghe, ai Quartieri, alla Cultura, all'istruzione, allo Sport. Cardin scese le scale di corsa, arrivò al piano terra e poi fuori all'aperto. Il mondo sembrava deformato. «Gli alberi si torcevano, sotto un vento invisibile e, all'orizzonte, verso Aviano, un bagliore immenso squarciava il cielo. Il primo pensiero, atroce, fu per la bomba atomica». Ancora non vi era contezza che il cuore del Friuli si stava spezzando. Il terremoto continuava a mordere.
«La mia priorità assoluta divenne la mia famiglia. Corsi verso la chiesa di San Giorgio, Francesca, mia figlia, era lì per i preparativi della comunione. Trovai la chiesa lesionata come quasi tutte le nostre chiese. Mia moglie era con Antonia». Una volta messi al sicuro i suoi cari, il dovere pubblico prese il sopravvento. Cardin in quei giorni ebbe una delega in più, all'Emergenza del terremoto. «Insieme a Giancarlo Rossi, presidente della Provincia, iniziammo a lavorare. Creai un ufficio operativo d'urgenza davanti a quello dell'ingegner Virgilio Rallo, tecnico del Comune», annota il politico stimato.











