Non un libro bello, un libro importante.
Non per la profondità delle riflessioni o per la lungimiranza della visionarietà, ma per l'originalità del punto di vista e per la schiettezza con cui l'autrice mette in piazza se stessa, il passato, la famiglia, i valori friulani (quelli che la comunità custodisce a volte ancora troppo gelosamente).
In altre parole, il terremoto sì, nel suo cinquantesimo anniversario, ma al quale è stata sottratta la tragicità ormai diventata rito (non formalità) rilasciando la nettezza della determinazione, l'onestà specchiata, la volontà di superare il lutto e spingersi ancor più avanti. Con un pizzico di gioia, quella che solo i bambini sanno lasciar germogliare dentro di loro, a dispetto delle avversità.
Perché Paola Treppo, giornalista e scrittrice, bambina quel 6 maggio del 1976 che portò la devastazione - poi reiterata nel settembre successivo - grazie anche ai genitori del terremoto ricorda la libertà di andar per boschi senza controllo, il calore della comunità costretta tutta in piccoli e condivisi spazi, il divertimento tra le baracche, la simpatica stranezza del dormire tutti in auto. Lì dove gli adulti vivevano una disgrazia, i bambini scoprivano un mondo nuovo e avventuroso secondo una consueta, apparente contraddizione generazionale.














